“Antibiologia dello sviluppo: una produzione contro natura” di A. Sacchetti, 2008

Aldo Sacchetti analizza l’impatto negativo della produzione sugli equilibri ambientali. Fin da quando andavano ponendosi le basi energetiche dell’era industriale si delineò nitido il contrasto fra le esigenze fisiologiche della biosfera – nella quale lo stesso organismo umano è integrato – e quelle di una società che veniva ineluttabilmente orientando la sua economia verso lo sfruttamento sempre più intenso di risorse non rinnovabili. Nel XIII secolo l’uso del carbone in Inghilterra provocava luridume, inquinamento e disagio, suscitando le vivaci rimostranze della nobiltà londinese. Ciò mentre ai lavoratori si schiudeva un solo destino: continuare a pagare, nelle miniere e nelle fabbriche, il più pesante contributo di sofferenze, di malattie e di morte, allo sviluppo del sistema produttivo. La natura – che l’estendersi dell’agricoltura aveva privato, nel giro di poco più di un millennio, del fitto mantello di foreste da cui l’Europa occidentale era un tempo coperta – non tardò ad accusare gli effetti nefasti delle nuove tecnologie. Nel 1500 l’umanista e scienziato tedesco Georg Bauer, da noi più noto col nome latino di Giorgio Agricola, così parlava dell’attività mineraria, che già appariva premesso materiale della nuova era: «Uno dei più forti argomenti dei detrattori di questa attività è che i campi vengono devastati: perciò la legge ha vietato agli italiani di scavare la terra per ricercare i minerali e danneggiare così i fertili campi, le vigne, gli oliveti. Essi deplorano che le piantagioni siano abbattute per costruire macchine e per fondere metalli. La scomparsa dei boschi provoca lo sterminio degli uccelli e di altri animali che sono gradito nutrimento dell’uomo. L’acqua di lavaggio dei minerali avvelena fiumi e ruscelli ed elimina i pesci. A causa delle devastazioni arrecate ai campi, ai boschi, ai corsi d’acqua, gli abitanti del luogo trovano difficoltà a procurarsi quanto occorre per vivere».

Estrazione mineraria

L’intensità delle coltivazioni minerarie di quattro secoli fa non può essere neppure paragonata a quella odierna. Nel 1983 la produzione mondiale di acciaio superò i 780 milioni di tonnellate e furono estratte circa 210.000 t di stagno; 650.000 di nichel; 5 milioni di amianto; 5,3 milioni di piombo; 6,5 milioni di zinco; 9,2 milioni di cromo; 9,7 milioni di rame; 15,3 milioni di alluminio; 2,7 miliardi di carbone; 2,8 miliardi di petrolio. L’impiego dei minerali è andato crescendo in progressione geometrica nell’ultimo secolo. L’estrazione mondiale del piombo non raggiungeva 130.000 t nel 1860, quella dell’alluminio, nel 1900, le 50.000. Il rame era conosciuto fin dal IX millennio avanti Cristo e usato dal III millennio in lega con lo stagno nella metallurgia del bronzo. Ma si ritiene che tutto quello utilizzato in oltre 100 secoli, fino al 1800, sia meno di quanto oggi ne produciamo in un anno. Per una legge fisica ineludibile, una parte di tali sostanze va irrimediabilmente perduta durante le fasi di estrazione, lavorazione, consumo. I combustibili fossili, anzi, vengono estratti proprio per essere distrutti nella combustione. Già le ricerche promosse, a partire dal 1970, dal Club di Roma, avevano posto in evidenza la finitezza delle riserve naturali, la globalità delle interazioni tra società, tecnologia, ambiente e i conseguenti inevitabili limiti dello sviluppo.

Accumuli altamente nocivi

Adoperare beni non rinnovabili – dal momento che anche le più avanzate tecniche di riciclaggio non possono impedire una dissipazione di materia in ogni successivo utilizzo – porta progressivamente al depauperamento quantitativo e qualitativo delle risorse. E ciò avverrebbe anche se il tasso di sviluppo fosse zero o lo sfruttamento decrescente. La prospettiva è, quindi, la perdita di minerali, associati dai primordi all’evoluzione stessa della civiltà. Ma più grave è un’altra considerazione. Finché le attività produttive rimasero iscritte nei grandi cicli biogeochimici mossi dall’energia solare, la biosfera non conobbe accumuli nocivi. In essa, infatti, ciò che è residuo di una specie è alimento di altre. Questo il segreto che ha permesso alla vita di svilupparsi in tre miliardi e mezzo di anni senza creare disordine, arricchendo anzi l’armonia della natura. La rivoluzione industriale, invece, ai processi ciclici che costituiscono la regola biologica sostituisce singole catene lineari, unidirezionali nel senso: produzione – consumi – rifiuti.

Entropia alle stelle

Insieme al rapido impoverimento di risorse si determina così una parallela disseminazione di scorie, incompatibili con le esigenze omeostatiche degli esseri viventi. I dati relativi all’accelerato flusso di materia verso il mare sono eloquenti, ma non bastano a far intendere la dimensione del problema. Le innovazioni tecnologiche dopo l’ultima guerra mondiale hanno accresciuto a dismisura l’impatto negativo della produzione sugli equilibri ambientali. Alla imponente circolazione di minerali tossici che la Terra custodiva gelosamente nella forma chimica più stabile entro le proprie viscere, ben segregati dalla vita, si è aggiunta un’infinità di sostanze create dall’uomo e del tutto estranee alla fisiologia animale e vegetale. L’entropia del sistema fisico terrestre è vertiginosamente aumentata.

“L’impossibilità”, La Perdonanza n.57, 2003

di Aldo Sacchetti
Nel XX secolo la scienza separatrice ha prodotto la distinzione irreversibile socialmente più grave e pericolosa: quella tra la folla immensa degli incompetenti e i presunti competenti della tecnoscienza, in grado di misurare i rischi e di imporre ovunque il proprio paradigma circolo perverso contro natura all’origine ovunque il proprio paradigma interpretativo della realtà. La :tecnologia nucleare consegnava all’Industria processi di trasmutazione dei legami più interni all’atomo, provocando – tra l’altro – la formazione di radionuclidi non esistenti in natura assolutamente incompatibili con la vita. Alcuni di questi rimangono radioattivi per migliaia o addirittura milioni di anni. È in ogni caso impossibile impedire l’emissione dì radiazioni Iesive dai radionuclidi durante tutto il periodo del loro decadimento. Tra i prodotti indesiderati della tecnologia nucleare, quelli con più lungo decadimento debbono essere mantenuti in sicurezza, separati dalla vita, per tempi che vanno oltre ogni ragionevole orizzonte storico. Abbiamo scatenato un demone che non è più possibile controllare con certezza. Leggi tutto ““L’impossibilità”, La Perdonanza n.57, 2003″

“La sublime bellezza della maternità”, La Perdonanza n.56, Ott. Dic. 2002

di Aldo Sacchetti

Quella solatia mattina del 5 ottobre 1943, all’età di diciotto anni, giacevo in un letto della vecchia clinica chirurgica di Bologna, in attesa di essere sottoposto a un grave intervento. Poco dopo le 11 l’improvviso allarme aereo, l’urlo delle sirene, il panico di una città che appena dieci giorni prima era stata colpita da un tragico bombardamento, con oltre mille morti. Il personale ospedaliero si affrettò a trasportare gli infermi nei sotterranei dell’edificio, allora di un solo piano. Costretto dalla malattia all’immobilità, rimasi solo con mia madre nella clinica improvvisamente deserta. Ella, dal giorno del ricovero, non mi aveva abbandonato un istante e, appena risuonò minaccioso il rombo delle “fortezze volanti”, pregando con ardore si stese su di me per proteggermi. Quasi soffocato da quel seno e con il volto piegato su una spalla per respirare, udivo il fragore delle bombe mentre sul fragile tetto grandinavano schegge di ogni sorta. Ma sentivo anche il suo grande cuore pulsare ansiosamente con il mio, uniti come quando, nel suo grembo gravido, palpitavamo insieme, soggetti inscindibili di un’unica creazione. Leggi tutto ““La sublime bellezza della maternità”, La Perdonanza n.56, Ott. Dic. 2002″