Tumori, l’oncologo Vittorio Ferrari: «Temo l’aumento tra i nati negli anni Settanta»

«A Brescia stiamo pagando un prezzo molto salato per l’industrializzazione passata, che ha avuto il suo picco negli anni Cinquanta e Sessanta»

di Pietro Gorlani, 10 Ottobre 2016, Corriere della Sera, Brescia

«Mai provato la torta di cioccolata con pancetta croccante? Buonissima». Ospedali Civili di Brescia, reparto di Oncologia. Il dottor Vittorio Ferrari scherza con un giovanissimo paziente che sogna un futuro da chef (i Braccialetti rossi non sono solo nell’intensa serie televisiva RAI) senza mai perdere la dolcezza che colora il volto di quei medici che vivono prima di tutto per i pazienti. Grazie all’interessamento di Donatella Albini, delegata dal sindaco alle politiche sanitarie, è lui il secondo specialista del Civile — dopo la dermatologa Manganoni (Melanomi raddoppiat i in dieci anni: sotto accusa fumo, sole, pc e tattoo)— ad approfondire con il Corriere le relazioni tra ambiente inquinato, stili di vita e aumento delle neoplasie

Il recente rapporto AIOM ricorda che in Italia ci si ammala di più di cancro, anche se si muore di meno. E a Brescia?

«Oggi abbiamo strumenti diagnostici e cure migliori che in passato e quindi la sopravvivenza è aumentata. Ma è indubbio che con l’aumento dell’aspettativa di vita cresce la possibilità di contrarre tumori. Lo scorso anno abbiamo avuto 1250 nuovi pazienti e un numero impressionante di melanomi, sarcomi, tumori al pancreas e al surrene. Ricordiamoci che vengono a curarsi qui persone da tutta Italia, perché possono trovare bravi medici e farmaci innovativi».

Le cause di tutti questi tumori?

«Nessuna neoplasia nasce per caso. I tumori che curo oggi hanno iniziato a svilupparsi nell’organismo 15 o 20 anni prima. La loro crescita è condizionata da una vasta serie di eventi esterni. Fattori moltiplicanti o rallentanti. Il 70% delle cause di tutti i tumori è dovuto a scorretti stili di vita (tabagismo, consumo d’alcol, scorretta alimentazione, sedentarietà) ma il restante 30% è dovuto a fattori ambientali. Sicuramente a Brescia stiamo pagando un prezzo molto salato per l’industrializzazione passata, che ha avuto il suo picco negli anni Cinquanta e Sessanta. Tempi in cui l’economia veniva prima di tutto, come in Cina adesso insomma. Ricordo che da bambino vedevo il Garza colorarsi di giallo o di rosso a seconda di quali fusti pulivano le concerie e le industrie della zona nord. Quell’acqua poi finiva sui terreni agricoli, quindi nella filiera alimentare».

Inquinamento a Brescia vuol dire anche esposizione ai PCB della Caffaro? L’ultimo rapporto Sentieri metteva in evidenza l’eccesso di quei tumori per i quali la IARC ha trovato una correlazione con l’esposizione a PCB: melanomi, non Hodgkin, tumore alla mammella.

«In letteratura ci sono diversi studi sugli effetti dei PCB, dagli esiti contradditori: uno della Columbia University (2016) e un altro svedese evidenziano correlazioni tra concentrazioni di PCB nel sangue e cancro al seno. Un altro ha dimostrato che respirare polveri con PCB aumenta il rischio di diabete, patologie cardiovascolari e riduce le funzioni cognitive. Di contro ci sono studi sui consumatori di riso (in Punjub) e di pesce (in Corea) contaminati da PCB dove non è stato riscontrato un aumento di neoplasie. È ancora difficile trovare una correlazione per i soggetti esposti solo indirettamente (ovvero i non-lavoratori). Non significa che i PCB non facciano male. Si ha l’abitudine di non giudicare tossica una sostanza finché non viene dimostrato scientificamente, mentre dovremmo fare il contrario. ATS sta portando avanti studi caso controllo sui melanomi e i linfomi Non Hodgkin, l’università un altro studio sul tumore al fegato, una neoplasia molto diffusa nel Bresciano soprattutto nell’Ovest e in Valtrompia, per la quale è stato dimostrato come abbia pesato l’eccessivo consumo di alcol e la diffusione delle epatiti B e C».

Alle conoscenze attuali i Pcb sono meno «cangerogeni» del fumo di sigaretta o dell’amianto?

«È indubbio. Detto questo bisogna lavorare molto per approfondire la cancerogenicità di tantissime sostanze, PCB compresi. Dobbiamo riappropriarci del principio di precauzione».

Oltre agli studi in corso, sarebbe utile uno studio di coorte su tutti i 25mila abitanti della zona Caffaro?

«Certo. Però affiancato ad un altro studio di coorte su un campione di popolazione di un’altra città industrializzata ma non così esposta ai PCB e ad un terzo studio su una popolazione di una zona rurale, una sorta di “bianco”».

I bresciani nati tra gli anni Sessanta e Ottanta sono stati esposti ad una serie maggiore di inquinanti: emissioni industriali non filtrate, traffico, elementi xenobiotici nella catena alimentare…

«Lo so. E purtroppo mi aspetto un aumento di neoplasie nei prossimi anni quando i bambini d’allora saranno anziani. E un abbassamento della curva della sopravvivenza. Più fortunato chi è nato dopo il Duemila, anche se è più esposto a fonti d’inquinamento elettromagnetico, a partire dai telefonini. Di cui non sappiamo ancora bene gli effetti».

Bambini con smartphone e spesso con cattive abitudini alimentari: qui c’entra lo stile di vita…

«È indubbio che i bambini oggi abbiano una alimentazione con un eccesso di zuccheri e poca frutta e verdura. Ma non farei una distinzione così netta tra stili di vita e inquinamento: la signora che va in palestra usando la macchina tutela la sua salute ma non la nostra. Il nostro stile di vita influisce sull’ambiente. Eccome».

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