Intervista a A.M. Manganoni: Melanomi raddoppiati in dieci anni, sotto accusa fumo, sole, pcb e tattoo

Tra i duecento e i duecentocinquanta nuovi casi l’anno a Brescia e provincia. Il numero è raddoppiato negli ultimi dieci anni, così come nel resto d’Italia

di Pietro Gorlani , 30 Settembre 2016, Corriere della Sera, Brescia

È risaputo che a Brescia e provincia ci sia un annoso problema di inquinamento. Ma qual è la correlazione con l’insorgenza di diverse patologie a partire da quelle tumorali? E quanto contano invece gli stili di vita delle singole persone e la predisposizione genetica? Temi complessi, che abbiamo deciso di affrontare in cinque interviste a specialisti degli Spedali Civili, rese possibili grazie a Donatella Albini, medico-ginecologo, consigliere comunale per Al Lavoro con Brescia e delegata del sindaco per le politiche sanitarie cittadine. La prima intervista è con il dermatologo Ausilia Maria Manganoni, responsabile dell’ambulatorio «melanomi» degli Spedali Civili.

Quanti bresciani si ammalano di melanoma? È una patologia in aumento?

«Abbiamo tra i duecento e i duecentocinquanta nuovi casi l’anno a Brescia e provincia. Il numero è raddoppiato negli ultimi dieci anni, così come nel resto d’Italia e nelle popolazioni europee con pelle chiara. Innanzi tutto perché abbiamo aumentato la capacità diagnostica, a partire dalla sensibilizzazione dei medici di base».

Ci si ammala più a Brescia che nel resto d’Italia?

«A Brescia, dove l’ 80 per cento della popolazione ha pelle chiara (fototipo 1, 2 e 3) c’è una media di nuovi 13 casi l’anno ogni centomila abitanti, contro una media nazionale di 9. Ma la media europea dei Paesi con pelle chiara oscilla tra i 12 ed i 17 casi ogni 100 mila abitanti. La città del Nord con maggior incidenza di melanomi non è Brescia ma Torino. Tra le regioni è il Veneto quella con maggior incidenza. Logicamente molto dipende dal fototipo della popolazione residente: in Spagna e Grecia si riscontrano solamente dai 3 ai 5 casi di melanoma ogni 100 mila abitanti». Brescia ha il record europeo di inquinamento di PCB, prodotti in passato dalla Caffaro. Per la IARC l’esposizione ai policlorobifenili ha “evidenza sufficiente” nell’insorgenza dei melanomi. E lo studio Sentieri ha riscontrato in città una maggior incidenza di melanomi: +27% negli uomini, +19% nelle donne rispetto alla media del Nord Italia (dalla Toscana in su).

I bresciani devono preoccuparsi per l’inquinamento della zona sud-ovest della città?

«Di concerto con l’ATS stiamo concludendo uno studio caso-controllo su duecento pazienti affetti da melanoma. È molto importante dal punto di vista scientifico perché va ad arricchire una letteratura che sul tema non è certo copiosa. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro nelle sue valutazioni si è basata principalmente sullo studio americano condotto sui lavoratori General Electric entrati a contatto con i PCB. A Brescia la situazione è diversa. Ricordiamo che l’esposizione ai PCB tramite la catena alimentare (dove si assorbiva la quasi totalità di PCB, solubili nei grassi ma
non in H2O, ndr) è stata interrotta nel 2001. I più giovani non hanno concentrazioni anomale di questa sostanza eppure si riscontrano anche tra loro casi di melanomi. Inoltre, come già dimostrato in un report ATS, le aree geografiche con maggior incidenza di melanomi sono i quartieri a nord della città ed il Garda. Una zona di Brescia dove vive una popolazione benestante che probabilmente si è esposta maggiormente al sole. Nei pazienti studiati che avevano le maggiori concentrazioni di PCB abbiamo valutato anche presenza di altre patologie, come la cloracne ad esempio. Non riscontrando correlazioni».

Par di capire che non è certo l’esposizione ai PCB la prima causa scatenante i melanomi. Quali sono i fattori di rischio principali?

«Cominciamo col dire che sono più a rischio i soggetti con pelle chiara, che rappresentano il 90 per cento dei malati. Per loro sono fondamentali gli stili di vita: vanno bandite del tutto le lampade abbronzanti, di cui è scientificamente dimostrata la capacità di aumentare il rischio di tumori alla pelle. E va prestata molta attenzione all’esposizione al sole, evitando le ore centrali della giornata.
Prima si pensava che fossero solo i raggi UVB quelli pericolosi; ora si è scoperto che lo sono anche gli UVA. Nessuno vuole demonizzare il sole, ma bastano 20 minuti d’esposizione per stare bene. È dimostrato che chi ha avuto scottature o eritemi in età giovanile, sotto i 20 anni, è più predisposto alla malattia. Poi ci sono altri fattori di rischio, tra cui il benzene – contenuto nel fumo di sigaretta e nella benzina – e l’esposizione ad onde elettromagnetiche. C’è un interessante studio sui piloti d’aereo: tra loro l’incidenza di melanomi è doppia. Un motivo in più per non lasciare i nostri figli tutto il giorno davanti a tv, cellulari o computer. Lancio anche un appello anche agli amanti dei tatuaggi: spesso schermano l’insorgenza dei melanomi. C’è poi il fattore familiarità: il 10% dei nostri pazienti ha avuto in famiglia altri casi di melanomi anche se solo per l’ 1 per cento è acclarata la trasmissione genetica».

Sta dicendo che le persone con molti tatuaggi sono più a rischio melanoma?

«Sì. Non perché il tatuaggio scatena il male ma perché complica la diagnosi. Il pigmento colora il derma e non si capisce quando insorge il melanoma. Nei soggetti a pelle molto chiara, con più di cento nei, con almeno 5 nei atipici o con casi di melanoma in famiglia i tatuaggi sono altamente sconsigliati».

Tutti quanti abbiamo nei. Quando dobbiamo allarmarci?

«Iniziamo col dire che solo il 20 per cento dei melanomi nasce da nei preesistenti. Il melanoma ha contorni irregolari tende a crescere (anche nel giro di uno o due mesi) e ha colorazione rossiccia (ma attenzione a non confonderlo con un semplice angioma). L’autodiagnosi è importante anche per non spaventarsi inutilmente: c’è gente che corre da noi perché si è tagliata un neo facendosi la barba. Una raccomandazione: controllate bene il cuoio capelluto, soprattutto nei bambini. In caso di dubbi è opportuno rivolgersi al proprio medico di base. Il melanoma inizialmente cresce orizzontalmente poi inizia a verticalizzarsi ma se preso in fase iniziale è guaribile».

Che età hanno i suoi pazienti?

«Io seguo 3800 persone. La maggior parte sono anziani e adulti. Solo 11 pazienti hanno meno di vent’anni: il melanoma sotto i 10 anni è un evento rarissimo».

Qual è la possibilità di sopravvivenza?

«Molto alta. Se il melanoma viene scoperto in fase intraepidermica, quando non ha ancora raggiunto i vasi sanguigni, la guarigione è assicurata al 100 per cento. La diagnosi tardiva complica molto le cose. Comunque in generale la sopravvivenza è del 90%. A volte purtroppo la malattia viene scoperta in stato molto avanzato. Ma le cure all’avanguardia che si effettuano all’ospedale Civile (un ciclo completo arriva a superare i 50mila euro, ndr) aumentano l’aspettativa di vita anche di due anni. Una raccomandazione: non dobbiamo ricorrere a rimedi magici che rischiano
solamente di aumentare la sofferenza e non fanno il bene né del paziente né della famiglia».

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