Da non credere! Anche a Brescia l’inquinamento fa male alla salute

di Marino Ruzzenenti, 7 Novembre 2016

La notizia, ovviamente, è clamorosa solo a Brescia, dove l’Ats locale in troppe occasioni ha negato o minimizzato che il grave inquinamento ambientale, a partire dal sito Caffaro, potesse arrecare danno alla salute dei cittadini.

Nel resto del mondo è un fatto scontato, suffragato da innumerevoli studi scientifici, dalle monografie dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Nella percezione di molti cittadini di Brescia è un dato acquisito, spesso sulla propria pelle, un tempo vissuto nel privato, ma che ora sempre più diventa motivo di denuncia e di richiesta di interventi efficaci di prevenzione primaria, ovvero di rimozione delle fonti di inquinamento. Cosicché le istituzioni rischiano, con il loro atteggiamento evasivo, di perdere sempre più di credibilità.
Finalmente, qualche studioso e ricercatore, rompendo il muro di omertà, comincia a segnalare che nella provincia, forse, più inquinata d’Europa (suolo, aria, acqua) si riscontrano danni alla salute ed eccessi di tumori.
Interessante e innovativo sembra lo studio sugli effetti dell’esposizione a metalli pesanti nei ragazzi, che dovrebbe confrontare il caso Brescia con quello di Taranto e di cui si riporta di seguito la nota stampa.
Personalmente, mancando di competenza specifica, mi trovo in difficoltà a valutare i risultati e i possibili sviluppi di questo studio. Un’osservazione, però, da uomo della strada e di buon senso, sorge spontanea.
E’ immaginabile che a Taranto si studieranno i bambini del quartiere Tamburi, il più esposto alle emissioni dell’Ilva. Perché nella nostra provincia, invece, si sono scelte zone come la Bassa bresciana o la Valcamonica e non aree, certamente più critiche per la presenza di importanti acciaierie ed altre fonti emissive, come Brescia città o Odolo?
Probabilmente la scelta avrà una sua ratio metodologica.
Ciò che preme sottolineare è che evidentemente siamo ai primi passi di un lavoro di lunga lena che tolga finalmente il velo su una realtà inevitabilmente grave.
Se l’ambiente è altamente inquinato da sostanze tossiche come nel caso di Brescia, purtroppo, i danni alla salute dei cittadini esposti sono una conseguenza “necessaria”.
Ci piacerebbe, allora, sentire, finalmente, le istituzioni preposte (Arpa e Ats) dire a gran voce che la prevenzione primaria a Brescia passa con la drastica riduzione delle fonti di inquinamento, con lo stop a nuovi impianti impattanti, con le bonifiche e la rimozione dei veleni dispersi in ambiente.

da BRESCIAOGGI, 24 Ottobre 2016

LO STUDIO. La popolazione pugliese esposta agli inquinanti dell’Ilva è stata monitorata con la stessa metodologia usata nelle zone della Valcamonica e Bassa bresciana

Metalli e salute, a Taranto il modello Brescia

Il team coordinato dal professor Roberto Lucchini ha rilevato parallelismi. Emerse riduzioni nelle funzioni cognitive e motorie

di Natalia Danesi

Si estende anche a Taranto il modello «made in Brescia» di studio degli effetti che l’esposizione a metalli pesanti di origine industriale ha sul sistema nervoso della popolazione, in particolare sugli adolescenti. Il team dell’Università degli Studi coordinato dal professor Roberto Lucchini  (docente di Medicina del Lavoro che si divide tra Brescia e la Mount Sinai School of Medicine di New York) ha concluso una prima fase del lavoro triennale finanziato dal Ministero della Sanità su 300 ragazzi della città pugliese che sarà presentato domani in un seminario in programma dalle 10
nell’aula magna di Economia in via San Faustino, mentre già è in partenza un’ulteriore
estensione dell’indagine con finanziamenti propri della Statale.
La metodologia utilizzata è identica a quella applicata a Brescia nelle zone della Valcamonica e della Bassa bresciana su una platea, finora, di 720 ragazzi delle scuole
medie, ai quali sono stati somministrati test psicologici tesi ad individuare ritardi
nell’apprendimento
, deficit dell’attenzione, autismo o depressione.
«I risultati – spiega Lucchini sono in linea con l’atteso dalle statistiche dei Paesi occidentali. In media il 15 per cento degli esaminati richiede una valutazione clinica
supplementare. Non abbiamo ancora l’esito degli approfondimenti sanitari, ma un
buon numero di campioni potrebbe tornare con una diagnosi clinica». L’esperienza
locale ha spinto anche Taranto, sull’onda dell’allarme legato alle emissioni dell’Ilva, ad
attivarsi e nel 2013 è stato avviato dal Ministero della Salute un progetto del Ccm (Centro per la prevenzione e il Controllo delle Malattie) con l’obiettivo di approfondire gli aspetti dell’impatto dei metalli sul neurosviluppo degli adolescenti. Unteam si è dunque occupato della valutazione dei ragazzi e delle ragazze con misurazioni ambientali, biologiche e test neuropsicologici, secondo una metodologia già sperimentata da anni a Brescia.

LE INDAGINI hanno rilevato parallelismi, di cui si discuterà approfonditamente nella sessione di studi di domani. Uno sforzo che non si esaurisce dal momento che l’idea è raggiungere, grazie al nuovo finanziamento, una quantità di mille soggetti a Brescia e mille a Taranto e di mantenerli monitorati nel tempo per seguire l’evoluzione degli effetti degli inquinanti (manganese, piombo, cadmio, arsenico, mercurio e selenio in
particolare) sulla salute.
«Nonostante le emissioni siano state ridotte e i biomarcatori siano attualmente più bassi, è necessario capire quali saranno le ricadute dell’esposizione nel tempo, per mettere in atto strategie di prevenzione», precisa Lucchini.
Si tratta solo dell’ultimo tassello di un lavoro avviato già negli anni Novanta. «Siamo partiti con l’obiettivo di approfondire gli aspetti dell’esposizione fra i lavoratori delle
industrie delle ferroleghe di Bagnolo Mella e della Val Camonica, da Darfo a Breno
a Sellero, che si sono poi riconvertite alla lavorazione di acciaio – spiega il professor
Lucchini -. Da lì, poi gli studi si sono estesi sulla popolazione, sui bambini, gli anziani e
soggetti affetti da Parkinson. Perché l’esposizione a manganese genera una forma di malattia molto simile al Parkinson mentre il piombo provoca problemi di tipo cognitivo
e nei bambini ritardi dell’apprendimento
».
Proprio in Val Camonica è settembre: dalle respiratorie (asma, broncopatie, sinusiti) alle digestive, dai disturbi mentali fino alle patologie neurodegenerative e ai tumori. Un dramma che interessa almeno 37 mila persone. stato confermato un aumento del Parkinson (358 malati ogni 100 mila abitanti rispetto alla media bresciana, di 237). «In generale, tutte le indagini condotte finora in lavoratori, adolescenti e anziani, hanno confermato una riduzione delle funzioni motorie e cognitive in relazione all’esposizione a metalli», sottolinea Lucchini. Il lavoro dell’Università serve naturalmente come piattaforma per eventuali interventi sull’ambiente e, nel caso dei ragazzi, a far emergere problemi di origine psicologica che restano latenti per disattenzione o scarsa informazione, ma che possono essere corretti se individuati precocemente. «Il nostro mandato è di lavorare con la comunità – spiega Lucchini -. Perciò come Università stiamo avviando un tavolo di collaborazione con i portatori di interesse istituzionali, rappresentanze di cittadini e lavoratori e imprenditori, per offrire informazioni utili all’attuazione di efficaci interventi preventivi».

QUESTO SETTORE di attività si collega alle indagini effettuate a Brescia e Taranto per via dell’analisi dei denti da latte. «Come per gli anelli concentrici degli alberi, misuriamo al Mount Sinai le sostanze chimiche che attraversando la placenta si depositano negli strati di sviluppo della dentina, che corrispondono quindi alle varie età dello sviluppo a partire dall’epoca prenatale sottolinea Lucchini – . Stiamo effettuando queste valutazioni nei denti da latte raccolti a Brescia, Taranto, e a Lower Manhattan, nei soggetti residenti nati dopo l’11 settembre. Questa ricostruzione dell’esposizione consentirà di relazionare quanto verificatosi in un periodo particolarmente vulnerabile agli inquinanti, come quello della “early life”. Alcuni effetti dell’inquinamento non sarebbero infatti associati ai livelli attuali di esposizione ma a quelli dei periodi pre- o immediatamente post-natale». NA.DA.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *