“La sublime bellezza della maternità”, La Perdonanza n.56, Ott. Dic. 2002

di Aldo Sacchetti

Quella solatia mattina del 5 ottobre 1943, all’età di diciotto anni, giacevo in un letto della vecchia clinica chirurgica di Bologna, in attesa di essere sottoposto a un grave intervento. Poco dopo le 11 l’improvviso allarme aereo, l’urlo delle sirene, il panico di una città che appena dieci giorni prima era stata colpita da un tragico bombardamento, con oltre mille morti. Il personale ospedaliero si affrettò a trasportare gli infermi nei sotterranei dell’edificio, allora di un solo piano. Costretto dalla malattia all’immobilità, rimasi solo con mia madre nella clinica improvvisamente deserta. Ella, dal giorno del ricovero, non mi aveva abbandonato un istante e, appena risuonò minaccioso il rombo delle “fortezze volanti”, pregando con ardore si stese su di me per proteggermi. Quasi soffocato da quel seno e con il volto piegato su una spalla per respirare, udivo il fragore delle bombe mentre sul fragile tetto grandinavano schegge di ogni sorta. Ma sentivo anche il suo grande cuore pulsare ansiosamente con il mio, uniti come quando, nel suo grembo gravido, palpitavamo insieme, soggetti inscindibili di un’unica creazione.
Oggi, nella caduta di valori propria della società industriale, la maternità non è più considerata un dono ma (quando voluta) come un diritto. Sempre più spesso il concepimento non è frutto d’amore ma di un contratto tecnicamente calcolato. Sulla crisi generale di fondo, che ha allentato i vincoli e reso più deboli e fungibili i rapporti familiari, si innestano gli effetti psicologici e morali delle nuove tecnologie, che offrono la possibilità di intervenire sul “corpo/macchina” regolandone secondo il personale gradimento funzioni fisiologiche essenziali.
La tecnoscienza ha offerto sia alla donna, sia all’uomo. l’opportunità di inibire chimicamente il processo della fecondazione: ha reso possibili fecondazioni “in vitro”, la conservazione di ovociti e il trapianto di embrioni, la delega della gestazione fuori dell’ambito familiare, ponendo l’assurdo e angoscioso problema di definire quale debba ritenersi – anche giuridicamente – la madre del bambino. Talora, infatti, i soggetti implicati nella genesi sono più di tre, perché l’ovocita dell’aspirante madre può necessitare di una integrazione citoplasmatica tratta da quello di una seconda donna fertile, per essere poi fecondato e impiantato nell’utero di una terza donna che si presta alla gestazione.
Con la cosiddetta “pillola abortiva” vengono ora perseguiti due obiettivi congiunti: contrastare l’ormone che garantisce fisiologicamente la gravidanza e stimolare le contrazioni uterine per l’espulsione dell’embrione già annidato. Sorge quindi anche l’esigenza di determinare con la minore incertezza possibile l’inizio della nuova vita.
Milioni di spermatozoi corrono verso l’ovocita maturo, ma solo uno potrà penetrarlo perché da quell’istante si modifica la polarizzazione elettrica della membrana ovulare, che diviene impermeabile agli altri. Appena dopo la fusione dei gameti, sospinto lungo la tuba verso l’utero, lo zigote invia alla madre ignara segnali elettrodinamici e chimici che inducono le risposte fisiologiche intese a rendergli più agevole il cammino e a modificare la mucosa uterina (la culla) nel modo migliore per accoglierlo. Da quel momento si avvia uno scambio continuo di messaggi, indispensabili alla maturazione fisico-psichica di entrambi i soggetti. armonicamente integrati. Un dialogo vegetativo ininterrotto che permetterà al nascituro di plasmare, giorno per giorno, la propria unità fisica ed emozionale in piena sintonia con quella materna.
Compiuta la terza settimana, l’embrione ha già abbozzato la sua piccola testa, il cuore, il fegato, l’intestino. A un mese, tutto raggomitolato su se stesso, con la testa poggiata sul cuore, produce già il proprio sangue ed ha attivato le pulsazioni cardiache. Dopo sei settimane sono ben presenti le bozze degli occhi e delle anse cerebrali: l’attività del cervello è rilevabile all’indagine elettroencefalografica. A due mesi di vita gli organi appaiono formati e devono solo continuare a svilupparsi nel contesto di un coordinamento morfogenetico integrale. Un coordinamento di strutture che ininterrottamente si creano e si ricreano, modificando i loro percorsi, i loro rapporti, per trovarsi nel posto giusto, con la forma più adatta, nel momento giusto.
La più affascinante verità della nuova visione scientifica è l’essenza cooperativa della gravidanza, processo “gestito” unitariamente da madre e figlio, che lascerà segni indelebili nel loro intimo. L’intreccio di messaggi si fa via via più intenso e complesso: negli ultimi due mesi il bambino ascolta la voce dei genitori, condivide gli stati emotivi materni, dorme con la madre e sembra quasi sognare con lei. Sintonia che continua anche durante il parto e per tutto il periodo dell’allattamento al seno, perché l’intero fisico materno risponde in maniera coordinata e finalizzata alle esigenze della vita nascente. Se il parto è pretermine, il latte sarà più ricco di acidi grassi essenziali, indispensabili al neonato prematuro.
L’ineffabile armonia dell’Essere durante runa l’incarnazione del figlio nella madre illumina la sublime bellezza della maternità, oggi degradata dall’approccio materialistico e utili tari stico della tecnoscienza. La vita è un miracolo di luce, scintilla che si accende nell’istante stesso in cui l’ovulo è fecondato. Eppure la gelida freddezza tecnica, dopo aver separato la madre gestante da quella che ha trasmesso all’ovulo i propri geni, porta perfino a surgelare l’inizio della vita a più di 196 gradi sotto zero – come un qualsiasi prodotto biologico – nell’attesa dell’eventuale trapianto.
Urge riflettere sul ruolo centrale, unitivo, insostituibile della figura materna nella famiglia e nella società. Anche nel mondo animale e tra le belve si colgono atti di commovente tenerezza e dedizione.
Ma la maternità è il rapporto fondativo del consorzio umano, il cardine dell’integrazione ove anche fisica e metafisica si congiungono. Un laico come Antonio Gramsci, nelle “Lettere dal carcere”, la definì la più grande forza benefica della natura.
Peccato mortale della modernità è aver assolutizzato le leggi del materialismo produttivo. relativizzando rutti i legami biologici, sociali, familiari. Ma il ruolo della madre non potrà mai essere monetizzato o sostituito senza gravissime ripercussioni, geometricamente crescenti, sul futuro della civiltà. Una visione nuova, scientifica e sacrale della maternità è l’imprescindibile sostegno, l’argine da opporre al dilagare dell’utilitarismo antivitale, riequilibrando la società dei diritti con un più alto sentimento dei doveri.

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