La scienza come rivelazione (L’Aquila, 2006)

A. Sacchetti: Relazione
al Centro Internazionale di Studi Celestiniani – Cattedra Bernardiniana.
L’Aquila. 12 Maggio 2006 (ariannaeditrice.it)Pubblicato in appendice (pag. 160) dell’E-book  L’uomo antibiologico , Arianna Editrice, Gruppo Editoriale Macro (ISBN: 978-88-87307-73-3) – 1 edizione 2008

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Il XX secolo ha sconvolto tutte le nostre cognizioni fondamentali della realtà. Nel dicembre del 1900 Max Planck stabiliva i limiti fisici della conoscenza calcolando la cosiddetta “costante” che porta il suo nome: la più piccola azione meccanica concepibile, il limite estremo di ogni divisibilità del tempo e dello spazio. La materia si smaterializzava e crollava definitivamente quel muro che, da millenni, la cultura occidentale si è ostinata ad erigere tra fisica e metafisica. La teoria quantistica ha stabilito che, al livello più profondo, la realtà non è causale né locale, rimuovendo ogni ostacolo alla convergenza tra il pensiero scientifico e quello religioso.
Oggi si ritiene che l’universo in cui viviamo sia nato intorno a 13, 7 – 14 miliardi di anni fa da un’instabilità esplosiva in un punto infinitesimo del presunto vuoto assoluto e che non vi sia alcuna regione dello spazio/tempo priva di campi fisici, di energia oscura e di materia oscura o virtuale. Confrontata con questa enigmatica materia oscura, la materia che conosciamo, quella fatta di atomi, sarebbe non più del 5%.
Si tratta di un universo in cui il tempo stesso e lo spazio oscillano tra una dimensione assoluta e una relativa perché, come dimostrarono Einstein, Podolski e Rosen nel 1935 e poi definitivamente Alain Aspect nel 1982, le connessioni tra particelle subatomiche come il fotone (siano esse corpuscoli o onde) sono “non locali”, non influenzate dalla distanza quando osservate all’interno dello stesso sistema di coordinate. Considerando due particelle che si allontanano tra loro in direzione opposta, ogni volta che –con un filtro– si inverte la polarità di una di esse, l’altra subisce immediatamente la medesima inversione di polarità anche a distanza di chilometri.
Niels Bohr la definì inseparabilità dell’esperienza quantistica. Secondo Kafatos e Nadeau il coinvolgimento non locale è un principio fondamentale sia nel micro, sia nel macrocosmo.
Indubbiamente la nostra capacità di immaginazione entra in crisi quando pensiamo a un coinvolgimento non locale nello spazio, così come quando –concependo un viaggio indietro nel tempo- dobbiamo fermarci al “tempo di Planck”, 10^-44 secondi dopo il “big bang”, limite invalicabile della conoscenza. Ma se il tempo stesso e lo spazio vengono dal pre-tempo e dal pre-spazio, se le stesse entità quantistiche sono governate nel vivente da campi immateriali, cosa c’è al di là del vuoto e dei quanti se non un’infinita matrice che dà forma alla vita? La biologia quantistica insegna che nell’acqua delle cellule vengono trasmesse solo informazioni, non forze.
Il cosmologo cattolico Nicola Dallaporta, sostenitore del principio antropico in senso forte, nel 1993 descrisse con estrema chiarezza come i parametri chiave dell’universo siano così finemente regolati da apparire, senza alcun dubbio, predisposti con intenzione all’accoglienza dell’uomo.
Non diversa la posizione di Erwin Laszlo circa l’impossibile casualità delle fluttuazioni nel vuoto primordiale. “C’è una misteriosa sintonia tra le costanti fisiche dell’universo”. Per esempio se, nell’atomo, la differenza tra le masse del neutrone e del protone non fosse esattamente due volte la massa dell’elettrone non ci sarebbero le reazioni chimiche necessarie alla vita. Lo stesso se la carica elettrica dei protoni non bilanciasse quella degli elettroni.
Se il tasso di espansione iniziale del cosmo fosse stato diverso nella misura di 10^-40 le particelle iniziali si sarebbero sparse nel vuoto e non si sarebbero formate le stelle, la materia, la vita. Il rapporto tra forza elettrica e forza gravitazionale è circa 10^40, quello tra la grandezza osservabile dell’universo e la grandezza delle particelle elementari circa 10^40.
Il concetto di “àtomos” (ossia indivisibile) nacque 2.400 anni fa nella Grecia di Leucippo e di Democrito in una visione deterministica e materialistica della realtà, ma solo alla fine dell’ottocento, scoperto l’elettrone, si è andata gradualmente precisando la struttura interna degli atomi, di cui anche la vita è fisicamente composta. Oggi sappiamo che l’atomo stesso è praticamente vuoto, essendo la sua massa concentrata quasi tutta nel nucleo, centomila volte più piccolo della sua corteccia elettronica. Gli elettroni a loro volta, descrivendo un’orbita intorno al nucleo, emanano costantemente energia e quindi si avvicinerebbero sempre più ad esso se l’energia assorbita dal vuoto quantistico non compensasse quella perduta nel moto orbitale.
La stabilità dell’atomo è perciò condizionata dall’interazione con le energie del vuoto, attive anche alla temperatura dello zero assoluto, nel cosiddetto campo di punto zero. Secondo David Bohm le energie del vuoto sono quasi 10^40 volte più del contenuto energetico di tutta la materia dell’universo e potrebbero anche trasmettere l’informazione di tutto ciò che all’universo fisico è legato.
Il campo di punto zero (CPZ, che corrisponde a 273, 15 gradi sotto lo zero della scala Celsius, ossia zero gradi Kelvin) è dunque un decisivo fattore di stabilità dell’ordine terrestre, ma tutti i campi fisici alla superficie del pianeta sono fisiologicamente indispensabili alla vita, che con essi ha dovuto confrontarsi fin dalle origini.
Sono tanti gli esempi macroscopici di animali migratori che sulla terra, nell’acqua, nell’aria, sanno bene orientare la loro rotta indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Molti uccelli possono viaggiare anche di notte e con cielo coperto. Ma si è notato di recente che, applicando piccoli magneti alla testa di piccioni viaggiatori (utilizzati per comunicazioni a grande distanza fin dalla antica Roma) essi si confondono e smarriscono la via del ritorno.
Parlando qui a L’Aquila o scrivendo per “La Perdonanza” ho avuto più volte occasione di affrontare l’argomento. Le anguille usano verosimilmente il campo magnetico per abbandonare le loro acque dolci europee e andare a riprodursi in pieno Atlantico nel Mar dei Sargassi, dove poi moriranno mentre i loro nati, non appena maturi, intraprenderanno il percorso opposto verso l’Europa. Migrazione che comporta le necessarie ripetute modificazioni fisiologiche per l’adattamento alla diversa composizione chimica dell’habitat.
Le farfalle “Monarca” che, dopo essere venute al mondo durante l’estate in due lontane località del nord America, tornano alla fine di agosto a svernare in una ristretta zona montana ad ovest di Città del Messico (come i loro antenati avevano sempre fatto) celano evidentemente in sé una bussola spaziotemporale geneticamente trasmessa.
Non sappiamo come sia fatta questa misteriosa bussola ma conosciamo molti esempi di processi biologici infinitesimi. Nei mitocondri (i minuscoli simbionti ancestrali che sono la centrale elettronica di ogni cellula umana, animale, delle piante, dei funghi, dei protozoi) la densità elettronica è stata stimata fino a 10^16 elettroni per centimetro cubo, ma ciò non impedisce alla catena respiratoria della membrana mitocondriale interna, nell’ultimo tratto del suo percorso, di governare singolarmente il trasporto di ciascun elettrone verso l’accettore finale, l’ossigeno molecolare.
Analogamente le lucciole emettono un quanto di luce per ciascuna molecola di un composto (la luciferina) ossidato dall’enzima luciferasi. Il colore della luce (quindi la sua lunghezza d’onda) è determinato, nelle diverse specie di lucciole, dalla composizione chimica dell’enzima. Anche nella retina dell’occhio umano sono singoli fotoni ad avviare le prodigiose reazioni a catena funzionali all’acutezza della percezione luminosa.
Il fatto che ogni molecola proteica dei bastoncelli retinici, assorbendo un fotone della luce, vada incontro a un cambiamento della sua intera configurazione rivela l’unità inscindibile tra processi chimici, fisici, morfologici, informativi sottesi alla sconfinata molteplicità della vita. Viene confermata nello stesso tempo la fondamentale nozione su cui ha insistito, nel 1980, il grande fisico David Bohm: le coerenze a lungo raggio nella dinamica del vivente implicano effetti di campo così sottili da incidere sulla velocità orbitale e di spin (la rotazione su sé stessi, come trottole) dei singoli elettroni.
Mentre per la fisica il calore della materia è associato al movimento disordinato degli atomi, nei viventi omeotermi il calore del corpo si accompagna fisiologicamente a un ordine integrale che, pur apparendo anche biochimico, emerge fin dal livello quantistico subatomico, di spin. Ordine di spin che riguarda tutte le forme di vita.
Oggi attribuiamo grande rilievo alla genetica chimica. Ma batteri sperimentalmente privati dei geni che consentono di metabolizzare il lattosio sono capaci, in breve tempo, di riacquistarli se coltivati in un terreno di laboratorio in cui il latte sia presente. Piante e insetti, aggrediti chimicamente, riescono spesso a mutare il loro corredo genetico in modo da divenire resistenti ai veleni cui sono stati esposti. Anche la resistenza dei microrganismi agli antibiotici è un chiaro esempio di straordinario adattamento genetico.
Per capire la vita bisogna indagare molto al di là dei geni e della biochimica. Ma rimarrà sempre difficile accordare il nostro mondo dell’esperienza sensibile con quello della scienza, sia nell’infinitamente piccolo, sia nell’infinitamente grande.
Sant’Agostino ammetteva umilmente “io so che cosa è il tempo, ma se qualcuno me lo chiede non lo so più”. Dopo milleseicento anni il positivismo scientifico non ha più né le certezze né l’umiltà del grande santo algerino, perché non può dirci cosa erano il tempo e lo spazio prima del big bang né quante siano le effettive dimensioni dello spazio cosmico, quale la velocità (accelerata o in decelerazione) con cui l’universo si espande, se si espanderà per sempre oppure collasserà su se stesso.
Alle incertezze, al relativismo epistemologico, allo sconcertante riduzionismo della conoscenza scientifica, priva di ogni ancoraggio etico, tra il 1951 e il 1980 David Bohm contrappose una concezione del mondo come tessuto dinamico di rapporti coerenti. Rapporti da cui – a livello quantistico – emergono le nozioni di “ordine implicato” e di “olomovimento”. Una realtà nascosta, multidimensionale, da cui tuttavia prorompe un ordine trascendente che la fisica non potrà mai compiutamente descrivere né decifrare. “L’unica cosa certa – scriveva nel 1991 Jean Guitton, accademico di Francia, uno dei più eminenti filosofi cristiani dell’ultimo secolo – è che la vita è ordinata da un principio organizzatore”.
Ora a me sembra che la biologia quantistica –sebbene avvolta in un reale velato, misterioso- ci ridoni esplicitamente le certezze essenziali e torni a incantare il mondo disincantato dalla tecnoscienza. La vita è impastata di tempo, guidata da un’informazione dinamica coerente, cooperativa, finalizzata. E’ un progetto che, contro ogni probabilità matematica e fisica continuamente si realizza, si riproduce, combinando nel tempo singolarità e molteplicità.
All’interno di questo progetto, o principio organizzatore, nella storia del pianeta vivo la persona umana rappresenta un salto qualitativo ancora più grande, incomparabile. Nessuna scienza potrà mai descrivere come cento miliardi di neuroni, intrecciati da milioni di miliardi di sinapsi, possano dar luogo a un cervello che pensa e stimolare un cuore che ama, che ha pietà, che perdona.
E’ questa la scienza come rivelazione.
Potrei chiudere qui la trattazione dell’argomento. Ma la conoscenza delle misteriose eppure indubbie coerenze vitali comporta la necessaria assunzione di responsabilità. Ed io non posso eludere quell’impegno di responsabilità morale che, da quando – appena laureato – scelsi di dedicarmi alla prevenzione piuttosto che alla cura delle malattie, è stato per me una norma inderogabile. Una costante che mi ha indotto a considerare dovere prioritario salvare i nostri figli e la vivibilità del pianeta unendo scienza e coscienza nella difesa della vita.
Riferirò pertanto alcuni esempi del paradigma antibiologico che ci ha resi del tutto alieni all’ordine naturale.
Sappiamo che, dal punto di vista chimico, anche il nostro organismo può vivere solo in un continuo scambio di molecole con l’esterno. Il rifornimento molecolare avviene essenzialmente attraverso la superficie respiratoria polmonare (che in un adulto è di circa 130-150 metri quadrati, supponendo di stendere in piano centinaia di milioni di alveoli) e attraverso la superficie assorbente intestinale (che con la stessa approssimazione può oscillare intorno a 300 metri quadrati, tenendo conto dei villi e microvilli dell’intestino tenue).
Corrotto già all’origine dall’inquinamento ambientale e dalle moderne tecniche agricole, il nostro cibo subisce alterazioni a ogni successiva manipolazione industriale, deteriorato inoltre da additivi e dalla conservazione in involucri o recipienti di plastica. Nel 1979 – scriveva Jeremy Rifkin – un americano assumeva in media in un anno 4 Kg di additivi chimici.
Sappiamo che le molecole introdotte ogni giorno nel nostro organismo per via alimentare e respiratoria sono numerabili con non meno di 26 cifre (10^25): quelle tecnogeniche – estranee alla vita – spesso già superano le 20. Nel 1982 perfino nei luoghi più remoti, a 40 gradi di latitudine nord o sud, con una sola normale inspirazione venivano inalate a centinaia di miliardi molecole xenobiotiche e spesso cancerogene di esclusiva origine industriale (come tetracloruro di carbonio, cloroformio, diclorometano, clorodifluorometano).
Alle emissioni inquinanti da fonti fisse, pubbliche e private (talora molto rilevanti ma in teoria facilmente controllabili nel tempo e nello spazio) si aggiungono quelle del traffico motorizzato, terrestre ed aereo, divenute su scala planetaria il più potente fattore fisico di corruzione chimica dell’atmosfera.
I controlli di legge non possono attenuare la nostra apprensione perché in un microgrammo (milionesimo di grammo) di sostanze volatili gravemente lesive –come benzene, biossido di azoto, ozono– le molecole sono milioni di miliardi. E come non è possibile camminare senza consumare le scarpe, così le polveri che derivano sia dall’abrasione dei battistrada delle vetture (quintali al giorno in una città come Bologna), sia dall’usura dei freni e del manto stradale –con le sue vernici segnaletiche– sono una realtà incontrollabile, non calcolabile, tecnicamente insopprimibile.
A questa realtà, squallida ma certamente non voluta, aggiungiamo non di rado altre molecole volontariamente assunte. Con la farmacoterapia di sintesi, per esempio, vengono spesso introdotte in un giorno, talora in un’unica somministrazione (tra principii attivi e additivi) 10^20 – 10^21 molecole del tutto estranee alla vita. Involontarie erano invece, ma certo non meno gravi, le quotidiane assunzioni di DDT nel nostro recente passato. Un’indagine sui tessuti adiposi umani in provincia di Ferrara –pubblicata nel Bollettino dell’Organizzazione Mondiale di Sanità n°46 del 1972- metteva in evidenza valori medi di oltre 11 milligrammi di DDT per Kg di grasso, con punte fino a 68,1 mg.
Il DDT è stato bandito nei paesi evoluti, ma sono tuttora molte le sostanze lipofile (come i PCB, ossia i famigerati policlorobifenili) che si depositano in particolare nei tessuti adiposi.
Vediamo con disgusto i rifiuti che insozzano macroscopicamente il mondo civile (e che questo ha spesso esportato in vaste zone del continente nero), ma ignoriamo le scorie invisibili e inevitabili del metabolismo industriale che aggrediscono gli organismi viventi nell’aria, sulla terra, nei mari. Trascuriamo che il nostro sistema immunitario è troppo complesso e delicato per adattarsi, come fossimo semplici batteri, alla rapida e profonda corruzione chimica e fisica della biosfera provocata in pochi decenni dalla rivoluzione tecnologica.
In un recente articolo sulla rivista dei Biologi Italiani (n°8/2005) professori dell’Università di Napoli rilevavano che la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica ha fatto registrare valori mai raggiunti negli ultimi 420.000 anni, come dimostrato da carotaggi eseguiti nei ghiacciai antartici. Ricordavano inoltre che, tra le numerose altre sostanze volatili capaci di attaccare la fascia stratosferica di ozono, oltre ai già incriminati fluorocarburi (che hanno tempi di permanenza millenari nell’atmosfera) c’è anche il metano, la cui concentrazione atmosferica sta aumentando continuamente.
Poiché l’uso del metano si sta ovunque diffondendo come “energia pulita”, c’è il rischio di stabilire un circuito automatico di retroazione tra aumento di metano nell’atmosfera, riscaldamento globale del pianeta, evaporazione accelerata del metano dai grandi depositi superficiali terrestri e sottomarini, che ne conterrebbero non meno di 10^16 metri cubi. Nell’ultimo anno le emissioni dal suolo svedese a nord del circolo polare sono aumentate del 60%, ma il pericolo viene soprattutto dal riscaldamento del “permafrost” siberiano, dove la disponibilità di questo gas è enorme.
Consideriamo pulita l’energia elettrica, irrinunciabile per lo sviluppo materiale ma estranea alla vita. Per il mondo biologico alla superficie del pianeta l’unico input legittimo di energia è offerto dai raggi del sole, miracolosamente trasformati in sostanza viva dagli enzimi fotosintetici che legano, con un’esattezza del 100%, le molecole bioenergetiche originarie.
Ho prima accennato ai mitocondri come minuscole centrali elettroniche di ogni cellula del nostro corpo. In un ottimo articolo su “i quaderni” della rivista “Le Scienze” – n°119 dell’aprile 2001 – Carlo Bertoni Freddari documentava, anche fotograficamente, che nella demenza senile di tipo Alzheimer le alterazioni strutturali e funzionali delle cellule nervose (e dei loro collegamenti sinaptici) si accompagnano a una consistente diminuzione e alterazione morfologica dei mitocondri.
Questo rilevamento è decisivo perché i mitocondri sono, come antichi batteri con un proprio DNA, indispensabili a tutte le cellule che vivono utilizzando l’ossigeno. Si delinea perciò una crisi esiziale della vita nel pianeta in seguito alla vertiginosa diffusione, in pochi decenni, dell’energia elettrica. Nello stesso tempo la rete elettronica delle comunicazioni informatiche avvolge e soffoca l’intelligenza umana non solo con le sue radiazioni elettromagnetiche, ma anche con i suoi ambivalenti contenuti culturali e morali.
Già nel 1989 Franco Bistolfi si interrogava sui potenziali effetti patogeni degenerativi che, tanto nelle piante quanto negli animali, possono derivare dall’azione di campi elettrici e magnetici sui flussi elettronici della catena respiratoria mitocondriale. Ma il fondamentale libro di questo autore (“Radiazioni non ionizzanti: ordine disordine biostrutture”, edizioni Minerva Medica) non ha avuto in 16 anni adeguata pubblicità, riservandosi la casa editrice di spedirlo solo su richiesta.
La crescente avidità energetica dello sviluppo industriale mira adesso all’energia atomica, dimenticando l’essenziale differenza tra gli atomi della vita – i cui elettroni sono “coordinati” perfino nel loro movimento di “spin” – e gli atomi radioattivi, che sparano intorno a sé particelle ed energie micidiali, scandendo – nella loro unidirezionale degradazione fisica – solo il tempo della morte.
Disseppellire i dati disattesi e diffonderli pubblicamente –scriveva Barry Commoner nel 1971- dovrebbe essere l’eccezionale responsabilità della scienza. “Per esercitare il suo diritto di coscienza, infatti, il pubblico deve poter disporre, in termini comprensibili, delle conoscenze scientifiche relative”. “Nulla può sopravvivere nel pianeta se non diventa parte cooperativa di un tutto più vasto e globale”.
Don Giuseppe Dossetti, inumato nel piccolo cimitero di Monte Sole (Marzabotto) dove riposano le vittime trucidate in chiesa nel 1944 (ora parco storico a una trentina di chilometri da Bologna) usava citare la domanda del profeta Isaia: “sentinella, quanto resta della notte?”
Poiché anche il mio tempo terreno sta per scadere, ho ritenuto doveroso illuminare brevemente – come modesta sentinella – sia il vero sia il falso delle relazioni tra la scienza e la vita. Perché le tenebre possano diradarsi e la luce della saggezza possa ancora animare una umanità nuova, in francescana armonia con tutto il creato.

Bibliografia

1) Bruce Alberts – James D. Watson: “Molecular Biology of the Cell” – Garland Publishing, New York, 1983.

2) David Attemborough: “Le sfide della vita”, Istituto Geografico De Agostini, 1991.

3) Franco Bistolfi: “Radiazioni non ionizzanti: ordine, disordine e biostrutture”, Edizioni Minerva Medica SpA, Torino, 1989.

4) David Bohm: “Wholeness and the Implicate Order”, Routledge & Kegan Paul, London, 1980.

5) Nicola Dallaporta Xydias: “Scienza e metafisica: uno pseudocontrasto fra due domìni complementari”, CEDAM, 1997.

6) Herbert Frölich and F. Kramer: “Coherent Excitations in Biological Systems”, Springer-Verlag, New York, Heidelberg, Berlin, Tokyo, 1983.

7) Herbert Frölich (Ed.): “Biological Coherence and Response to External Stimuli”, Springer-Verlag, Berlin, Heidelberg, New York, London, Paris, Tokyo, 1988.

8) Jean Guitton – Grichka Bogdanov – Igor Bogdanov: “Dieu et la scienze – Vers le métaréalisme”, Grasset, Paris, 1991. Trad. it. “Dio e la scienza”, Bompiani Editore, 1992.

9) Erwin Laszlo: “Holos: The New World of Scienze”, trad. it. “Olos: il nuovo mondo della scienza”, Edizioni Riza Srl., Milano, 2002.

10) Albert L. Lehninger: “Biochemistry”, Worth Publishers, Inc., New York, 1975

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