Revisione critica dell’approccio scientifico alla prevenzione del cancro (San Marino, 1992)

A. Sacchetti: Relazione al Convegno Internazionale San Marino Cenferences
«Moderni concetti di prevenzione, diagnosi e cura del cancro»
«Highlights in Medical Virology , Immunology and Oncology»
Repubblica di San Marino, 29-30 settembre 1992
Accettato per la pubblicazione: Ottobre 1992
Tecnica Sanitaria, XXX: 387-412 (1992)

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Sacchetti A – Revisione critica dell’approccio scientifico alla prevenzione del cancro – S Marino 1992.pdf (209 KB)

Riassunto – L’originalità fisica del vivente è nella coerenza dinamica (a corto e a lungo raggio) delle energie sottili e delle particelle che fisiologicamente lo costituiscono, garantita dalla specificità dei vincoli stabilizzatori.
In un organismo biologico non esistono singole relazioni unidirezionali di causa ed effetto: vi sono reti diffuse e intrecciate di interazioni non lineari bio – informative (morfogenetiche, morfostabilizzanti, omeostatiche) in un contesto di coerenza specifica. Alle alterazioni del DNA ereditabili da un clone cellulare concorre un insieme inestricabile di fattori che inevitabilmente sfugge sia alle indagini epidemiologiche, sia ai test sperimentali di mutagenesi e di cancerogenesi. Affidare la prevenzione
del cancro al “controllo” di condizioni ambientali e sociali intrinsecamente
antibiologiche è privo di fondamento scientifico . Solo un approccio culturale diverso, igienistico-ecologico generalizzato, può consentire la prevenzione primaria.

Parole chiave – Prevenzione oncologica, paradigma scientifico, entropia della bioinformazione, approccio eco – igienistico.

1. Malgrado le preoccupanti dimensioni assunte dall’endemia cancerosa nelle aree più industrializzate dell’Italia e degli altri Paesi “sviluppati “, dove già una persona su tre è destinata a esserne vittima, i tentativi compiuti negli ultimi trent’anni per abbassare l’impatto sanitario e sociale della malattia hanno clamorosamente fallito nella prevenzione primaria complessiva, unica linea strategica atta a modificare in senso favorevole l’andamento epidemiologico riducendo l’incidenza della degenerazione neoplastica. E’ anzi ragionevole
attendersi, nei prossimi lustri, un aumento globale di incidenza, prevalenza e mortalità per tumori maligni, con anticipazione dell’età media della manifestazione clinica, per effetto del continuo innalzamento del tasso di cancerogenicità ambientale, della più intensa esposizione prenatale e della presumibile maggiore sensibilità acquisita per via ereditaria. L’esperienza delle esposizioni professionali ha insegnato che certi tumori esplodono alla ribalta epidemiologica dopo un lungo periodo di latenza (tipico il caso del mesotelioma da asbesto). E’ probabile che analoghe improvvise accelerazioni epidemiche si manifestino in futuro nella popolazione, in seguito alla convergenza di molteplici e sempre nuovi fattori, concorrenti nell’intensificare la degradazione entropica dell’ordine biologico.
A questo punto è doveroso chiedersi con franchezza se, a parte le palesi resistenze opposte alla prevenzione primaria da interessi economici dominanti (verso cui troppo spesso anche gli scienziati si dimostrano indulgenti), le ragioni del fallimento non siano da ricercarsi soprattutto nell’intrinseca inadeguatezza del paradigma scientifico adottato.
Da una parte si allungano le liste degli agenti cancerogeni accertati o sospetti, degli oncogeni e dei loro prodotti, dei geni oncosoppressori; si individuano inoltre aberrazioni cromosomiche implicate nella cancerogenesi e si moltiplicano i modelli murini transgenici dello sviluppo tumorale (1-6). Dall’altra vengono esplorati meccanismi naturali di difesa e posti in evidenza stili di vita, condizioni e fattori che possono compromettere l’efficienza di quelle difese o che, viceversa, sono in grado di rafforzarle . Ma il tutto rimane
un frammentario insieme di segmenti causali, privo di una cornice concettuale di riferimento capace di integrare in modo organico la
mole crescente di acquisizioni nel quadro delle dinamiche sistemiche
non lineari che sono alla radice dell’organizzazione vivente e del l’omeostasi biologica .
Del resto anche la terapia del cancro – nonostante gli indiscutibili successi conseguiti nel breve e medio termine contro diversi tipi di tumore – soffre della medesima incapacità di attingere una visione dinamica unitaria, coerente, degli equilibri fisiologici. La neoplasia viene considerata come evento fortuito dovuto a rapporti causali precisi, semplificati, e combattuta con mezzi aggressivi, più o meno lesivi dell’equilibrio omeostatico quando non siano essi stessi esplicitamente cancerogeni.
La concezione meccanicistica ancora dominante in biologia e medicina (prigioniera dell’analisi, della misurazione, e perciò condannata a dissolvere la coerenza unitaria del vivente) fonda sui modelli della chimica e della fisica classica, ma continua a ignorare la straordinaria evoluzione compiuta nel XX secolo sia dalla fisica, sia dalle stesse scienze biologiche nei campi della microfisiologia cellulare, della morfogenesi, della comunicazione e dei processi cognitivi ai vari livelli.
Si tratta dunque di superare l’eccesso di frammentazione e di incoerenza che la razionalità scientifica ha determinato all’interno dei singoli saperi disciplinari e nella rigida compartimentazione di essi.
Si tratta di capire che gli insuccessi nella comprensione delle malattie degradative sono dovuti alla stessa razionalità che si dimostra così efficiente nel dominio della materia abiotica, nel regno del determinismo e della prevedibilità matematica, ove gli scambi chemioenergetici non hanno valore informativo semantico (ossia non hanno il significato di messaggi) e una porta può solo essere, in un determinato istante, o aperta o chiusa.
Mentre le attività di una macchina sono determinate dalla struttura che l’uomo le ha imposto (e che quindi egli stesso può modificare e dominare), nel vivente la struttura è espressione “qualitativa” dei processi sottesi con effetti formativi e con valore informativo. L’autonomia della vita presuppone contemporaneamente la sua chiusura (che dà luogo all’individualità) e la sua apertura a un flusso chemio-energetico-informativo, che la rifornisce di entropia negativa. Le regole con cui le parti e gli elementi di un organismo vengono integrati nella composizione del tutto “non sono additive, ma trasformatrici” (7). La sola quantità, infatti, non può determinare la struttura,
o “forma”, che è di tipo logico diverso ed esige una diversa, autonoma descrizione di vincoli che sono espressione storica e organizzativa dell’evoluzione (8-10). Ed è questo il motivo principale dell’inadeguatezza e dei rischi dell’approccio galileiano ai problemi biologici ed ecosistemici ( 11 ) .
La vita, nelle sue manifestazioni fisio-patologiche, non può essere correttamente compresa se avulsa dalle interazioni impercettibili alla base del suo ordine dinamico, fondato sulla continuità dei processi morfogenetici/omeostatici da cui dipendono non solo l ‘organizzazione e il funzionamento, ma anche la conservazione, la flessibilità , il rinnovamento di tutte le strutture (infra e sovracellulari). Come nell’embriogenesi, così durante tutta la vita le configurazioni organiche emergono da una trasformazione materiale e contestuale di messaggi (8) . L’interazione simultanea e la coerenza dinamica, a corto e a lungo raggio, delle energie sottili e delle particelle che fisiologicamente lo costituiscono nello spazio e nel tempo è l’essenza fisica di ogni organismo biologico: un ordine strutturale inscindibile dalle condizioni al contorno che lo alimentano e, nello stesso tempo, non riducibile, non quantificabile.
Anche nella ricerca oncologica i chiarimenti sui particolari non debbono essere pagati con l’offuscamento del complesso unitario polirelazionale che genera, controlla , definisce l’organizzazione vivente.

2. Un autorevole contributo al superamento dell’ approccio meccanicistico ai problemi biologici e alla loro integrazione con quelli ecosistemici viene dalla termodinamica di non equilibrio, grazie soprattutto all’impulso a essa dato dal premio Nobel Ilya Prigogine e dalla sua scuola. Ribaltando l’ottica della termodinamica classica, centrata sulla degradazione dell’energia e l’aumento del disordine molecolare, Prigogine ha studiato i processi di formazione spontanea di ordine che si danno in sistemi fisico-chimici aperti, purché dotati di meccanismi di interazione non lineari e vincolati a rimanere lontani dall’equilibrio chimico e termico, in uno stato di permanente dissipatività (12-18).
Caratteristica essenziale di queste particolari “strutture dissipative” è l’auto-organizzazione, sottesa da flussi energetici e molecolari (con correlazioni anche a lungo raggio) che consentono di mantenere (entro determinati limiti del flusso esogeno) condizioni di coerenza e di cooperatività tra i singoli elementi del sistema . “Il non equilibrio trasforma completamente le proprietà della materia”, scrive Prigogine. “A causa del non equilibrio le particelle diventano sensibili ad altre molecole che si trovano a distanze macroscopiche. Mi piace dire che, in certo qual modo, nello stato di equilibrio la materia è cieca e che essa comincia a vedere nello stato di non equilibrio” (17) .
La capacità di creare i propri confini e di inscrivere al loro interno un proprio tempo irreversibile, autonomo e globale, è propria dei sistemi chimici dissipativi. Il loro divenire acquista quindi una dimensione storica individuale, legata alle condizioni al contorno verso cui essi attivamente reagiscono, ma dalle quali dipendono per il flusso di neghentropia indispensabile alla sopravvivenza.
L ‘ evoluzione presuppone necessariamente il non equilibrio e le fluttuazioni che questo determina entro il sistema. Alle fluttuazioni termodinamiche interne, inevitabili in tutti i sistemi complessi formati da un grandissimo numero di unità con legami deboli (e quindi con un alto grado di libertà), si aggiungono le perturbazioni fisico-chimiche provocate dalla dissipatività (innanzi tutto per la notevole dimensione e l’aleatoria composizione del flusso esogeno): lo scarto tra il peso del corpo umano e quello del flusso molecolare che giornalmente lo attraversa e lo sostiene oscilla intorno a un solo ordine di grandezza (19b).
La coerenza sincronica e diacronica dei processi interni fa apparire la struttura dissipativa in uno stato ” stazionario” (termine insoddisfacente per indicare la stabilità dinamica in atto, che nella realtà vivente è sempre evolutiva). Nello stato stazionario le fluttuazioni vengono attenuate e riassorbite in maniera quasi-deterministica: la capacità di trarsi fuori da stati perturbati in un tempo più o meno breve (stabilità asintotica) è tra le manifestazioni più sorprendenti dei sistemi dissipativi.
In effetti, nei sistemi dissipativi biologici lo stato stazionario (omeostasi) non è ma i stabile, bensì metastabile, sotteso da una pluralità di attivazioni e inibizioni interrelate nel tempo e nello spazio, da un intreccio di reti chimiche non lineari comprendenti passi catalitici e anelli di retroazione integrati, ciascuno dei quali ha, in un determinato momento, un imprecisabile limite di tolleranza. Quando, in seguito a variazioni quali-quantitative del flusso esogeno, una perturbazione spinge l’ampiezza delle oscillazioni oltre i limiti che anelli di retroazione negativa possono in quel momento sopportare, la coerenza funzionale di questi declina e il determinismo si annulla . E’ possibile che la brusca amplificazione di una fluttuazione, in seguito a nuove interazioni ambientali o a meccanismi di feed-back positivo, porti alla disgregazione più o meno rapida del sistema (se il disordine è tale da impedire ogni soluzione adeguata al mantenimento di una sufficiente coerenza interna ed esterna ), oppure a un altro regime di stabilità dinamica (regolato da una coerenza nuova, ma sempre metastabile), impredicibile come le fluttuazioni e le amplificazioni che l’hanno generato (13).
Nell’organismo biologico anche la rottura degli equilibri dinamici che reggono localmente microstrutture informative può innescare, alterando lo stato di queste (e quindi la loro “bioinformazione”), uno specifico spettro di fluttuazioni correlato al raggio d’azione e alla qualità dei processi informativi modificati.
L’imprevedibilità evolutiva in corrispondenza dei punti di biforcazione – ossia dei cambiamenti di stato, sottesi da transizioni del regime chemioenergetico – è caratteristica irriducibile di tutti i sistemi e sottosistemi viventi, dalle cellule alla biosfera. “Quando più stati dissipativi sono accessibili a partire da uno stato instabile -scrive Prigogine– nessuna descrizione macroscopica permette di prevedere quale fluttuazione si produrrà o verso quale regime di funzionamento il sistema evolverà” … “Una struttura prodotta da una successione di fluttuazioni amplificate non può essere compresa che in riferimento al suo passato. Nessuna descrizione del suo stato fisico-chimico in un dato i stante può dar conto del suo funzionamento: e questo passato, tessuto da eventi imprevedibili, deve essere considerato unico e non riproducibile” (13).
I limiti, le contraddizioni di una scienza eco/biologica galileiana e manipolatrice trovano qui una sanzione chiara e definitiva.

3. La teoria dei process i irreversibili nella termodinamica di non equilibrio consente, allo stato attuale delle conoscenze, l’approccio scientifico più corretto all’accoppiamento chemio-energetico-informativo tra vita e ambiente. Come tutte le teorie applicate alla vita essa è, per definizione, incompleta e deve essere a sua volta integrata dalla specificazione, non esclusivamente fisica, dei vincoli biostabilizzatori, perché l’originalità del vivente è nella specificità dei suoi vincoli ( 11 ). Procedere con risolutezza lungo il sentiero impervio, ma obbligato , di questa integrazione – riconoscendo l’irriducibile diversità qualitativa della biosfera rispetto al mondo abiotico – è il compito che gli scienziati debbono sapersi responsabilmente assumere per la difesa della vita.
La ricerca sulle cause del cancro ha finora privilegiato gli agenti capaci, anche attraverso trasformazioni molecolari, di ledere in via immediata il DNA e di esercitare un’azione mutagena diretta. Vi sono buone ragioni a sostegno di questa scelta prioritaria, perché alterazioni genetiche sono generalmente riscontrabili nelle cellule cancerizzate e , soprattutto, perché il complesso catalitico imperniato su polinucleotidi e polipeptidi si è selezionato da miliardi di anni come vincolo stabilizzatore centrale e unitario della riproduzione e del rinnovamento, tale da soddisfare armonicamente la continuità della vita in uno stato di bassa entropia e di alta coerenza, con il giusto distacco dall’equilibrio termodinamico (11) . E’ chiaro dunque che nel cancro, dove la coerenza si annulla e l’entropia spinge il sistema  verso l’equilibrio termodinamico e la morte, questo vincolo deve essere necessariamente alterato .
Ma la mutagenesi è un evento circoscritto, mentre la cancerogenesi è un processo virtualmente illimitato. E la scienza dei processi è la termodinamica, che studia gli scambi di materia e di energia tanto all’interno di un sistema quanto tra esso e l’ambiente esterno. In aderenza alla concezione unitaria delle interazioni omeostatiche richiesta dalla nuova fisica e dalla nuova biologia, non vanno dimenticati né i danni che flussi chemioenergetici mutageni possono arrecare anche ad altre strutture cellulari e agli enzimi, né quelli che una infinità di agenti chimici, fisici, biologici produce a molteplici livelli di regolazione omeostatica, generale o locale, offrendo un potenziale concorso alla genesi e allo sviluppo dei tumori .
Le acquisizioni della biologia cellulare, negli ultimi decenni, hanno dimostrato l’incredibile complessità dei controlli sull’espressione genica, sia a livello post-trascrizionale (in ogni tappa del percorso che dal DNA porta alle proteine e alla loro degradazione regolata) , sia in corrispondenza dello stesso DNA, a livello trascrizionale (20) . Qui una moltitudine di geni regolatori e di varie miscele di proteine regolatrici, in reciproca interazione, agisce attivando o inibendo la trascrizione di geni ubicati perfino a distanza di migliaia di nucleotidi dal sito di inizio del processo di copia (come avviene nel caso degli “intensificatori” della trascrizione) (20b) . La scoperta dei geni oncosoppressori (o geni antioncogèni) è un ulteriore contributo documentale alla concezione dinamica del DNA. La regolazione genica da parte di ormoni e di altri ligandi, prodotti in parti lontane dell’organismo, è a sua volta esempio emblematico di coerenza dinamica a lungo raggio nelle strutture dissipative biologiche.
Il “primum movens” dell’epidemica diffusione del cancro correlata allo sviluppo industriale deve pertanto essere individuato nella denaturazione generalizzata delle condizioni al contorno e dei comportamenti: denaturazione che si riflette all’interno dei sistemi dissipativi biologici come una perturbazione sistematica e accelerata delle regole di fondo della loro autoorganizzazione, filogeneticamente vincolata.
Riconosciuta la coerenza dinamica a corto e a lungo raggio, nello spazio e nel tempo, quale caratteristica essenziale della vita, la circolarità dei processi di inter-retro-azione rende spesso inconferente (se non utopico) il tentativo di isolare una singola causa quale responsabile iniziale di una patologia degradativa. Si deve convenire che l’alterazione ereditabile del DNA (ammesso che sia dato accertarla tempestivamente) può essere provocata anche per molteplici vie indirette e che queste sono comunque determinanti negli stadi successivi della cancerogenesi.
Al fine di attenuare le falsificazioni insite nell’approccio semplificatore sperimentale ai problemi biologici ed ecosistemici, urge una concezione olistica tesa a salvaguardare l’unità della conoscenza e della vita, in una continua dialogica tra elaborazione teorica ed esperienza sensibile. Nella consapevolezza, tuttavia, che il tessuto delle reciprocità smagliato dal processo analitico non potrà più essere integralmente recuperato per via razionale, risalendo dai frammenti alla totalità vivente.

4. Sebbene sia più corretto indagare i “processi” fisiopatologici somato/cognitivi, non si può sfuggire alla semplificazione esemplificatrice per prospettare come la lesione di ogni struttura essenziale di una cellula , in quanto riflesso dei processi sottesi, possa ripercuotersi in vari modi sull’organizzazione dinamica del DNA.
I mitocondri, per es. (eredi endosimbionti degli ancestrali batteri che svilupparono la capacità di utilizzare metabolicamente l’ossigeno come fonte di energia, endocitizzati circa un miliardo e mezzo di anni fa da primitive cellule anaerobiche) (21) sono divenuti organuli citoplasmatici indispensabili al metabolismo ossidativo. Ogni cellula eucariotica aerobia dispone di una colonia mitocondriale commisurata alle proprie esigenze energetiche specifiche (un epatocita ne può contenere fino a duemila (20); in una fibrocellula muscolare cardiaca più del 50% del volume citoplasmatico totale è occupato da mitocondri (22) . Senza mitocondri le cellule degli animali e dei funghi sarebbero anaerobie e dovrebbero affidare il proprio rifornimento energetico esclusivamente alla glicolisi, con un rendimento del tutto insufficiente. Danni al sistema energetico mitocondriale non possono che sortire effetti negativi sul mantenimento dell’ordine cellulare , perché la
straordinaria specializzazione citologica e tessutale degli organismi pluricellulari complessi fu conquistata nel corso della filogenesi proprio in virtù del metabolismo ossidativo.
E’ il caso di ricordare che la trasformazione maligna è generalmente associata a una bioenergetica cellulare anomala, caratterizzata dall’alterazione dei fattori enzimatici allosterici che regolano l’integrazione fra glicolisi nel citosol e ciclo di Krebbs nei mitocondri, con eccessiva produzione di acido lattico nei compartimenti extramitocondriali. Non sono chiari i motivi di questa sregolazione che, nelle cellule cancerose coltivate in vitro, può coesistere con una respirazione quasi normale (22). Ma, quale che sia la sua presunta origine, all’interno dell’organismo gli effetti retroagiscono e divengono cause attive. Sia l’anomala glicolisi aerobia, sia una riduzione – anche impercettibile – della funzionalità respiratoria mitocondriale in cellule di una microzona tessutale già in condizioni di ipossia per cause diverse (ematiche o microcircolatorie , oggi cosi frequenti), possono rappresentare l’elemento amplificatore di fluttuazioni nei flussi ionici (in particolare di H+ e Ca++) che regolano la mitosi, la differenziazione citologica, la riparazione del DNA, e modulano tutto lo stato elettro-meccano-chimico cellulare. Anche l’organizzazione dinamica del DNA può risultarne irreversibilmente compromessa. Parecchi dati concordano ormai nell’indicare in un lieve abbassamento del pH cellulare una causa di per sé genotossica (23-29). Ma, salve alcune eccezioni, il ruolo carcinogeno di un’acidità non fisiologica è generalmente ignorato anche nelle macroscopiche e prolungate esposizioni degli epiteli respiratorii a nebbie acide o, comunque , a flussi aerei acidificanti le mucose (30, 31, 32) (nota 1).


nota 1 – Recentemente l’Agenzia Internazionale di ricerche sul Cancro di Lione (IARC), ispirandosi ai consueti criteri pragmatici partitori e riduttivi, si è limitata a riconoscere come cancerogene per l’uomo le esposizioni professionali ad aerosol e vapori di acidi forti inorganici, contenenti acido solforico (33) . E’ stata cosi elusa ancora una volta, insieme alla necessità di tener conto dell’esposizione globale a piccole dosi e a lungo termine nell’ambiente di vita, l’esigenza di attingere una visione più profonda, unitaria e coerente della fisiologia e della patologia cellulare


I mitocondri vengono danneggiati da agenti chimici e fisici, a molteplici livelli funzionali. Antibiotici come il cloramfenicolo e le tetracicline inibiscono la sintesi proteica nei ribosomi dell’organulo (20, 22). Il trasporto di elettroni lungo la catena respiratoria è inibito da diversi veleni come 1’ossido di carbonio, l’acido cianidrico, l’acido solfidrico, l’amytal, l’antimicina A, il rotenone (22). Le fosforilazioni ossidative possono essere alterate da cationi bivalenti come il piombo (34 ); da numerosi agenti ” disaccoppianti” (come il 2-4 dinitrofenolo, la5-cloro 3-t-butil 2’cloro-4 ‘-nitrosalicilanilide), che non modificano il consumo di ossigeno ma impediscono la formazione di ATP dissipando il gradiente elettrochimico protonico attraverso la membrana mitocondriale interna (20, 22 ) . Analogo effetto inibitorio mostrano composti organoclorurati come l ‘eptacloro (35) e il pentaclorofenolo (36) : l’effetto aumenta parallelamente al grado di clorurazione dell’anello fenolico (37). Le fosforilazioni ossidative sono colpite inoltre da sostanze antibiotiche come l’aurovertina, l’oligomicina , la rutamicina , che impediscono sia la formazione di ATP, sia la stimolazione fisiologica da esso esercitata sul consumo di ossigeno; da decine di altri antibiotici come valinomicina, nigericina, gramicidina, denominati ionofori perché capaci di trasportare attraverso le membrane biologiche ioni specifici, di cui schermano la carica elettrica (20, 22). Infine, dato che né il trasporto di elettroni lungo la catena respiratoria né le fosforilazioni ossidative possono avvenire se la membrana mitocondriale interna non è intatta (22), tutti i potenziali fattori chimici e fisici di danno alle membrane rappresentano un rischio per la respirazione cellulare.
Si deve perciò ritenere che le sempre più frequenti alterazioni dei mitocondri (e quindi del metabolismo ossidativo cellulare) possano giocare un ruolo di particolare rilievo nelle transizioni che portano alla trasformazione neoplastica .
Sotto questo profilo i danni somatici dell’organulo sembrerebbero più immediatamente incisivi di quelli patiti dal suo DNA, perché la maggior parte degli enzimi necessari alle biosintesi del mitocondrio viene codificata dal DNA nucleare, sintetizzata nei ribosomi del citosol e poi importata entro l’organulo, che rimane la sede della respirazione cellulare. Ma, sebbene il controllo complessivo delle biosintesi mitocondriali sia stato assunto dal nucleo, che regola il numero degli organuli dell’energia e appare in grado di supplire quasi integralmente a eventuali gravi deficienze del loro sistema genetico, la minore stabilità di quest’ultimo (soggetto a mutazioni con frequenza dieci volte superiore rispetto al DNA nucleare) (20b) non può lasciare tranquilli circa le conseguenze, sul futuro della vita, delle aggressioni cui oggi anche il DNA dell’organulo si trova esposto. I mitocondri si duplicano infatti separatamente dal nucleo e vengono ereditati per via citoplasmatica. Esistono prove di comunicazioni interattive fra i sistemi genetici del nucleo e dell’organulo (20). Può essere quindi pericoloso cullarsi nella convinzione che la sopravvivenza di un proprio sistema genetico nei mitocondri rappresenti un residuo del tutto superfluo dell’evoluzione.
In realtà l’usura della “bioinformazione” provocata dal sistema industriale colpisce sia il DNA nucleare, sia quello degli organuli, nel contesto di una più ampia e sistematica disgregazione della coerenza biologica in tutte le sue molteplici, infinite manifestazioni (19).

5. Tra i massimi contaminanti xenobiotici degli ecosistemi debbono annoverarsi i solventi organo-alogenati e i detergenti di sintesi. L’impostazione meccanicistica della ricerca sul cancro ha indotto per decenni a indagare il potere mutageno e oncogeno di singole sostanze: solventi organo-alogenati figurano tra i composti che le IARC Monographs considerano, per l’uomo, come cancerogeni (Gruppo 1), probabili cancerogeni (Gruppo 2A), possibili cancerogeni (Gruppo 2B) o non ancora classificabili nella cancerogenesi umana (Gruppo 3) (1). Ma ci si ostina a non prendere in considerazione la valenza di per sé antibioinformativa di certi effetti fisici o di certi legami chimici non biodegradabili. Nessun rilievo viene attribuito al trauma inferto alle membrane cellulari sia dalle interazioni quantomeccaniche con molecole apolari non fisiologiche (o con estremità non polari di molecole di sintesi non metabolizzabili), sia dalle aggressive catene radicaliche innescate dalla scissione omolitica dei legami carbonio-alogeno meno resistenti (paradigmatica è la parziale dealogenazione del tetracloruro di carbonio al livello del reticolo endoplasmatico liscio del fegato – con produzione di radicali liberi dell’alogeno e del gruppo carbonio/cloro – e l’innesco di un processo autocatalitico di lipoperossidazione che si propaga alle altre strutture di membrana).
L’accumulo di molecole poco o nulla degradabili e I’autoamplificazione del danno provocato dalle catene radicali che fanno intendere come dosi apparentemente infime di composti organo-alogenati possano produrre notevoli alterazioni in singole cellule. Un motivo più generale del divario tra il danno fisicamente prevedibile e quello biologico reale s t a nel fatto, più volte sottolineato, che la regolazione omeostatica del vivente è governata da processi la cui base fisica è sovrastata da quella informativa semantica.
Molti sono i processi biochimici essenziali, come la fotosintesi e le fosforilazioni ossidative, strettamente associati alle membrane cellulari. Perciò la superficie complessiva di queste supera, in un epatocita , i centomila micrometri quadrati (20).
Le funzioni di membrana sono vincoli primordiali di ogni forma di vita e interessano direttamente o indirettamente tutti i processi metabolico-informativi e discriminativi delle cellule. La perdita dell’inibizione da contatto della divisione cellulare, caratteristica dell’invasività cancerosa, denuncia chiaramente un’ alterazione dei sistemi di adesione giunzionale e non giunzionale che collegano le cellule tra loro e con la matrice extracellulare. Gran parte dei prodotti degli oncogeni agisce, analogamente a fattori fisiologici di regolazione cellulare, sulla membrana plasmatica. Se è certo che le transizioni cancerogene debbono essere ereditate da un clone cellulare, sembra altresì attendibile che modificazioni ereditarie del sistema cooperativo DNA/proteine cromosomiche possano derivare (specie nelle tappe di progressione dell’oncogenesi) da fluttuazioni amplificate endocellulari provocate da ripetute alterazioni non letali delle funzioni di membrana e dal deterioramento delle fisiologiche connessioni segnaletiche e metaboliche su cui fondano le forme di controllo estrinseco dell’ordinamento citologico (nota 2).


nota 2 – Nella sociologia cellulare l a funzione delle membrane è, a un tempo, separatrice e integratrice delle parti nel tutto. In particolare la membrana plasmatica non è solo sede obbligata di transito di segnali elettromagnetici e chimici, ma anche struttura attiva nella trasduzione delle segnalazioni semantiche intercellulari .
Quanto alle giunzioni tra cellule, un a delle più diffuse è la “giunzione gap”, che attraverso le membrane di due cellule adiacenti consente il passaggio di ioni inorganici e di molecole idrosolubili dotate di massa non superiore a 1500 dalton. L’accoppiamento chimico ed elettrico mediato dalle giunzioni comunicanti rappresenta l’esempio più classico, sperimentalmente documentato, della cooperazione metabolica intercellulare. Si è potuto anche accertare il trasferimento, attraverso giunzioni gap, di timidina marcata radioattiva che è stata poi normalmente incorporata nel DNA (20).
La regolazione dei gradienti di concentrazione attraverso i canali di giunzione gap (strutture controllate , capaci di volgere alternativamente dallo stato aperto a quello chiuso) può giocare un ruolo importante sia nel limitare l’ampiezza – e quindi l’effetto – di perturbazioni destabilizzanti, in accordo con la teoria di Prigogine , sia nel propagare onde di morfogeni durante lo sviluppo embrionale e la morfogenesi riparativa, secondo la teoria di Turing (38-41 ) . Ma, se si è ipotizzato che onde morfogenetiche possano offrire al DNA una “informazione posizionale” in grado di portare alla differenziazione cellulare, non è infondato ritenere che un’alterazione delle funzioni di membrana (modificando i campi elettro-meccano-chimici cellulari) possa contribuire al processo inverso , di disinformazione e “sdifferenziazione”, tipico delle cellule cancerose.
Composti sperimentalmente cancerogeni come il DDT e i PBB, che per lungo tempo hanno dato risultati negativi o contraddittori ai più comuni test di mutagenesi, si sono dimostrati efficaci nel bloccare le comunicazioni intercellulari attraverso le giunzioni gap (42-44). L’inibizione della cooperazione metabolica attraverso le giunzioni gap è stata assunta fra i test a breve termine per la valutazione di un possibile ruolo promotore della cancerogenesi (45,46). Ma ridurre questo ruolo a precise sequenze chimiche lineari tra blocco della cooperazione elettro-chimica-metabolica e attivazione di determinati oncogèni ( 4 7 , 48) mi sembra illusorio quanto la pretesa di dipanare l’intreccio morfogenetico attraverso l’identificazione di sequenze lineari di presunti morfogeni ( 49) .


Oggi perfino nei luoghi più remoti, a 40° di latitudine Nord o Sud, vengono inalati con una sola inspirazione cento miliardi di molecole organo-alogenate di solventi industriali, sperimentalmente cancerogeni (l9b, 50). Per le strade cittadine sono decine di migliaia di miliardi le molecole oncogene di solventi idrocarburi introdotte a ogni respiro. Il benzene (Gruppo 1 della classificazione IARC) raggiunge nelle aree più inquinate dal traffico concentrazioni atmosferiche di decine e talora centinaia di µ g/m3 (50): un ordine di grandezza, quest’ultimo, uguale a quello “raccomandato” nel 1988 dal National Institute for Occupational Safety and Health americano come esposizione media ponderata tollerabile per otto ore al giorno e quaranta settimanali negli ambienti di lavoro (320 µ g/m3 ) (51).
La grande diffusibilità di molti solventi lipofili nella materia viva e la loro interazione con i lipidi di membrana rendono conto della distribuzione stocastica dei danni a lungo termine, oncogeni e non, in tutto l’organismo. Unitamente alla dimostrata o sospetta azione lesiva sul DNA, parecchi solventi idrocarburi possiedono spiccate qualità neurotossiche e immunodepressive. Indagini epidemiologiche in lavoratori esposti ne hanno messo in evidenza effetti degenerativi cerebrali, facendone intuire i rapporti con la demenza presenile e la sindrome affettiva organica (52-55).

6. La biologia cellulare indica che vi sono vincoli essenziali degli eucarioti, generalmente alterati nelle cellule cancerose, che non dipendono dal nucleo . Ne sono esempio l’organizzazione e le funzioni del citoscheletro, connesse con espressioni rilevanti della citofisiologia, come la mitosi, la citocinesi, la fagocitosi.
Il citoscheletro svolge un ruolo attivo nell’organizzazione del citoplasma: esso lega tra loro e concorre a muovere i diversi organuli; contribuisce alla polarità della cellula (polarità che viene perduta nella degradazione maligna) e a determinare la forma e i movimenti della membrana plasmatica; regola la secrezione di una matrice extracellulare orientata e influenza la polarità delle cellule vicine, promuovendo l’unità strutturale e funzionale di tutto il tessuto (20) . E’ dimostrato che i microtubuli e i filamenti di actina del citoscheletro
sono strutture in permanente instabilità dinamica, fluttuanti in una continua polimerizzazione e depolimerizzazione delle loro sub-unità, con stabilizzazioni selettive rapportate alle specifiche funzioni da realizzare (56). Probabilmente i microtubuli sono anche il veicolo privilegiato delle vibrazioni elettromagnetiche coerenti (onde di Frölich), ossia delle onde di polarizzazione con effetti a lungo raggio che mantengono in fase gli organismi viventi e costituiscono il fondamento scientifico dell’omeopatia (57 ,58).
A loro volta i microtubuli vengono organizzati soprattutto dai centrioli (definiti “enigma centrale ” della biologia) (59): questi sono anche i punti focali del centrosoma e come tali si duplicano separatamente dal DNA nucleare, creano i poli del fuso mitotico (senza cui la cellula eucariotica non può riprodursi) , trasmettendosi alle cellule figlie per via citoplasmatica, alla stessa maniera dei mitocondri (20). Si è ipotizzato che i centri oli derivino da un altro simbionte ancestrale, una spirocheta fornitrice di tutte le strutture eucariotiche formate da tubuline, compresi – oltre ai microtubuli e all’apparato mitotico – i cinetosomi, le ciglia , i flagelli, gli assoni e i dendriti delle cellule nervose (21). Da notare che le tubuline sono polipeptidi la cui
dimensione si è mantenuta praticamente stabile in miliardi di anni L’ordinamento e la divisione cellulare non dipendono dunque solo dal nucleo , ma anche da fattori extracromosomici che, nell’uomo e negli animali superiori, vengono ereditati per via uniparentale materna (20). L’alterazione di queste componenti extranucleari, parti integranti della memoria filogenetica cellulare, può avere senza dubbio un ruolo cospicuo nella cancerogenesi.

7. In ogni cellula, in ogni organismo biologico non esiste una struttura, una funzione più importante di tutte le altre, né si danno singole relazioni unidirezionali di causa ed effetto: vi sono reti diffuse e intrecciate di inter-retro-azioni bioinformative (morfogenetiche/omeostatiche) in un contesto di coerenza specifica che va ben oltre i confini fisici del sistema.
L’attuale concezione del cancro – e quindi anche della sua prevenzione – non riflette la nuova visione della realtà e della vita che si è venuta affermando nella seconda metà di questo secolo. Il progetto scientifico di ricerca, fondato sull’astrazione di singoli segmenti causali da un mondo ove tutto è instabile, fluttuante, dinamicamente interconnesso, dove gli effetti retroagiscono sulle cause con risultati transazionali imprevedibili e i rapporti sono spesso acausali (“non locali”), si palesa del tutto inadeguato, controproducente: offre di fatto alibi a un sistema produttivo intrinsecamente antibiologico e morbigeno.
Il principio fondamentale è che, per un essere vivente, non esistono sostanze o energie indifferenti, prive di effetto. Tutto ciò che interagisce a livello microfisico con una cellula è un segnale o un disturbo per i segnali fisiologici, inducendo comunque un’attività di riequilibrio omeostatico ( 19). La sensibilità cellulare alla dimensione elettronica è ormai ben documentata nella letteratura biologica (60 – 63) . La stabilità omeostatica del vivente è garantita, in concreto, dalla capacità cellulare di esplorare in permanenza il mondo quantico e di imporre a un brulichio di particelle disperse, o diversamente associate, una propria specifica selettività organizzativa micro e macroscopica (11 , 19, 64, 65).
Ma nelle strutture dissipative viventi, ricord i amolo , il quasideterminismo dovuto al prevalere della norma autoorganizzatrice del soggetto biologico su quella meramente fisica del mondo abiotico si annulla in corrispondenza dei punti di biforcazione ai vari livelli. Sulla soglia di transizione può essere l’evento minimo, quantico, imprevedibile e generalmente inosservabile (ma essenziale per la dinamica stessa dell’evoluzione) , a far scattare il cambiamento di stato. Se la variazione quantitativa della risposta nei confronti di cause identiche è di per sé sufficiente a rivelare la non linearità di un sistema, nel vivente il problema è assai più complesso per la presenza
di differenze qualitative/informative impresse, fin dall’inizio, nel progetto genetico e poi sempre più articolate, nel corso della vita, dalla inevitabile diversità individuale delle interazioni formative e degradative.
Pertanto la determinazione di presunti standard di tolleranza verso singoli agenti chimici, fisici, biologici, anche se può trovare riferimenti “a posteriori” sotto il profilo statistico (la cui validità rimane strettamente legata alle specifiche condizioni spazio/temporali dell’analisi, oltre che alle scelte parametriche e metodologiche adottate) non ha un adeguato valore di prevenzione (19) .
Lo stadio patologico iniziale di una neoplasia – ammesso che sia teoricamente ipotizzabile nella sequenza di biforcazioni da cui prese avvio, a livello cellulare , la transizione da un regime dinamico in accordo di fase a uno caratterizzato da un particolare tipo di dinamiche incoerenti – è sempre lontano dall’affioramento fenomenico e si perde in una inestricabile oscura rete di microprocessi interrelati ( 11 ).
E’ noto, per es., che sostanze inquinanti possono essere neutralizzate o trasferite attivamente fuori della membrana plasmatica e che ogni cellula ancora efficiente è capace – entro certi limiti – di restaurare l’integrità delle proprie strutture danneggiate, disponendo perfino di enzimi atti a riparare lo stesso DNA (20 , 22). La cellula può cancerizzarsi solo quando i processi di riparazione risultino inadeguati all’entità o alla continuità di insulti che siano, per essa, non letali. Tra la reversibilità fisiologica e il danno cellulare letale si estende la zona sommersa delle transizioni indeterministiche, fisicamente incomprimibile e incontrollabile.
La degradazione cancerosa dell’organizzazione citologica avviene in genere attraverso molteplici transizioni successive (messe macroscopicamente in evidenza dalle tecniche di “grading”), che spingono progressivamente un clone cellulare fuori dai vincoli del controllo sociale e dell’ordine sistemico. Ma ciascuna transizione è il risultato emergente di correlazioni eco/geno/feno/cellulari globali e integrate, cui i fattori lesivi, protettivi, riparativi partecipano in un processo continuamente aperto alle fluttuazioni e alla reciproca interazione degli uni e degli altri, dentro e fuori delle singole cellule.
La cellula, comunque, non rimane sola nella resistenza al disordine fino a quando i suoi processi omeostatici interni sono “in fase ” con i flussi cooperativi che la uniscono alla matrice intercellulare, alle cellule vicine e, attraverso i segnali a lungo raggio, ai processi coerenti dell’intero organismo. Anche ove essa si cancerizzi in modo irreversibile, può essere uccisa dalle cellule NK (Natural Killer) e dai macrofagi, o bloccata da altri processi che salvaguardano la coerenza organica sistemica (20b ).
Espressione particolare ma etiologicamente multifattoriale di disordine informativo cellulare, il cancro è senza dubbio favorito dai processi degradativi di varia origine che abbiano ridotto la circolazione, l’ossigenazione, la nutrizione, le comunicazioni informative in una microzona tessutale, indebolendone le possibilità riparative ed escludendola da un adeguato controllo sistemico, generale e locale. La malignità cancerosa potrebbe allora essere metaforicamente considerata, come un tracollo socio-normativo: la deregolazione genica e il cedimento dell’alleanza simbiotica in un clone cellulare deprivato della solidarietà metabolica delle cellule adiacenti e dei processi cooperativi dell’intero sistema. Dal punto di vista fisico, la sequenza di eventi è più correttamente descrivibile come il passaggio del sistema – o sottosistema – dinamico (per salti successivi corrispondenti a soglie critiche) da un insieme ordinato di attrattori stabili ad
attrattori caotici (10-18).
Da circa mezzo secolo si è osservato che nelle persone anziane aumenta con l’età la frequenza – in diversi organi, tra cui la prostata di minuscoli cancri bloccati (termine improprio perché spesso nella circostanza la vera malignità non si è ancora espressa): neoplasie rilevate incidentalmente o sul tavolo autoptico, che in molti casi sarebbero forse rimaste latenti per un tempo indefinito, fino a quando altre fluttuazioni (probabilmente propagate o amplificate attraverso la rete neuro – endocrino-immunitaria) non le avessero scatenate (66). Ma , quasi contemporaneamente, gli urologi assistettero con sorpresa a un processo inverso: la reversibilità di cancri vescicali ben sviluppati, a cavolfiore, del tutto scomparsi – anche al riscontro istologico – a poche settimane di distanza dalla deviazione dell’urina nel sigma colico mediante uretero-sigmoido-stomia bilaterale (67 ,68) (nota 3).


nota 3 – Fu questa la dimostrazione inequivocabile della genesi urinaria delle neoplasie vescicali, connessa al crescente flusso di cancerogeni che preme senza tregua sulle vie escretrici.


Anche la reversibilità dei fenomeni patologici è correlata con la dinamica delle specifiche condizioni individuali, rilevabili solo in parte da ciò che emerge oltre il velo dell’impercettibile, a livelli coinvolgenti un numero elevatissimo di processi elementari.

8 . L’organismo umano è sostenuto da un flusso molecolare quotidiano di almeno 10^25 molecole: un flusso esogeno di neghentropia destinato, unitamente all’espulsione degli escreti, a ovviare alla produzione di disordine molecolare (ossia di entropia) che la struttura dissipativa biologica genera al suo interno quale contropartita termodinamica dei processi di autoorganizzazione (19, 50). Se non che, per effetto della seconda legge della termodinamica, i processi dissipativi del sistema industriale (non coerenti a quelli biologici) provocano una gigantesca, inevitabile dispersione di molecole tecnogeniche: dispersione che alza di continuo il tasso di incoerenza (ossia di disordine) nell’ecosistema, riducendo contemporaneamente il rifornimento di entropia negativa indispensabile a ogni organismo vivente ( 19).
Introduciamo ogni giorno da 10^17 a 10^19 molecole di origine tecnologica: una quota che può raggiungere 10^21 in esposizioni lavorative e nei trattamenti farmacoterapici di sintesi (anche in una sola somministrazione, a conferma delle responsabilità incomparabili della scienza medica e della iatrotecnica) (19 , 50) . Sono in gran parte molecole xenobiotiche, del tutto estranee alla coerenza bioinformativa dei processi vitali e quindi sempre entropizzanti. Esse concorrono con molteplici forme di trasferimenti energetici attivati dall’uomo (vibrazioni sonore, ultrasuoni, infrasuoni , radiazioni ionizzanti e non ionizzanti) ad alterare il fisiologico flusso di materia, energia e – soprattutto – di messaggi, che sostiene la vita ( 19).
Da almeno quarant’anni le biocenosi e le collettività umane dei Paesi sviluppati – o in via d i sviluppo – sono contaminate da prodotti di sintesi industriale, anche cancerogeni, fino a livelli che spesso superano i microgrammi per Kg di sostanza viva (e perfino il mg/Kg nei tessuti adiposi) (1, 11, 19, 50, 69). Nei neonati il DDT e i suoi metaboliti sono stati rilevati a concentrazioni di milioni di miliardi di molecole per litro di sangue (19, 50, 70). I dati sull’assorbimento, il metabolismo e l’eliminazione delle sostanze considerate nelle monografie dell’IARC e nei repertori farmaceutici fanno arguire che non minore possa essere l’ordine di grandezza del flusso quotidiano  di cancerogeni esogeni lungo le vie escretrici (1, 71, 72) (nota 4 ),


nota 4 – Per quanto concerne i solventi cancerogeni volatili e altre sostanze aeriformi, il polmone può esserne, a un tempo, via di introduzione e di eliminazione. L’espirazione di quest i composti viene a trovarsi in un complesso rapporto non lineare con la capacità di ritenzione selettiva dei vari tessuti, la velocità di biotrasformazione e di eliminazione per altre vie, la concentra – zione relativa nei diversi tessuti, nel sangue e nell’aria alveolare (73 , 74). Ma il percorso nei due sensi aumenta in ogni caso l’impatto sulle vie respiratorie.


dove pure il flusso di cancerogeni endogeni può essere intensificato da cause esterne (esemplare è la formazione di nitrosocomposti nel canale gastroenterico in seguito a un’eccessiva introduzione di nitrati o di nitriti).

9. In questa temperie la cancerizzazione cellulare non deve ritenersi un evento straordinario, ma consueto: scardinato il progetto genetico a livello locale, il peso della resistenza al cancro grava in misura crescente sui processi sistemici di difesa, anche essi alterati. Sebbene fluttuazioni successive e biforcazioni secondarie, terziarie e di ordine più elevato tendano ad allargare e moltiplicare aree di transizione, l’espansione delle aree degradate viene sempre contrastata sia ai bordi , sia – soprattutto – dai processi di correlazione non locali, a lungo raggio, che riflettono la forza e la natura dei vincoli generali del sistema e gli conferiscono la coerenza globale (16). Ogni cancro che affiora alla rilevabilità è quindi sempre espressione di uno squilibrio che – in un complesso intreccio di interazioni – ha coinvolto
l’intero organismo (19,50).
L’evidenza suggerisce che, nell’attuale situazione di gravissima usura dell’informazione cellulare in tutta la biosfera, debba attribuirsi alle grandi fluttuazioni amplificate e destabilizzatrici di origine aspecifica (chimica , fisica, biologica, psicosomatica, sociale, spesso iatrogenica) agenti a livello sistemico, la spinta che proietta cloni di cellule cancerizzate – o cancri “in situ” – verso gli stadi finali della progressione manifesta. Stress cruciali fra sei e diciotto mesi prima della diagnosi (specie se coinvolgenti un’angosciosa depressione della sfera psichica) sono rilevabili nell’anamnesi di quasi tutti i
cancerosi (19, 75).
La specie umana è particolarmente soggetta al cancro sia perché maggiormente complessa e differenziata (la più esposta ai cambiamenti di abitudini e più sensibile all’aumento di entropia dell’informazione cellulare e tissutale), sia perché più vulnerabile dagli stress che scatenano gli stadi finali attraverso la compromissione del sistema neuro-immuno-endocrino.
Soprattutto le donne (la cui delicata sfera ormonica è oggi bersaglio congiunto di inquinanti e di reiterati interventi farmacologici) si trovano a dover fronteggiare spesso, oltre a un doppio carico di lavoro (esterno e domestico), le tensioni e le crisi – economiche, sociali, psichiche, sanitarie – che investono anche il loro consorte, i figli, sovente gli anziani genitori: esse sono le più esposte ai traumi destabilizzanti da cui prendono l’abbrivo i processi neoplastici invasivi degli ultimi stadi.
Ciò è motivo di particolare preoccupazione perché rivela le difficoltà quasi insormontabili in cui sembrano arenarsi le prospettive della prevenzione primaria e perché sono proprio le donne che, sommando alla via genetica quelle citoplasmatica e transplacentare, trasmettono probabilmente la maggior parte della predisposizione congenita alla degradazione neoplastica (nota 5).


nota 5 – L’uomo , invece , sembra contribuire soprattutto al carico di mutazioni genetiche a causa della maggiore esposizione anatomica delle sue gonadi ai mutageni fisici e del più alto numero di mitosi nella gametogenesi. Ma anche lo sperma è divenuto veicolo di sostanze tossiche e cancerogene. Già nel 1976 si era rilevata la presenza di pentaclorofenolo nel liquido seminale di persone non professionalmente esposte, in concentrazioni (20- 70 µg/Kg) simili a quelle rinvenute nel plasma e nelle urine (76) . L’escrezione di sostanze nocive attraverso l’apparato genitale maschile (con gli inevitabili riflessi sull’integrità e la vitalità degli spermatozoi, alterate anche da radiazioni e campi elettromagnetici tecnogenici) non è ancora confortata da una documentazione altrettanto ricca di quella concernente, per es., l’escrezione per via mammaria nelle donne. E’ certo, però, che sono ormai parecchi i composti, ampiamente diffusi e presenti nell’input quotidiano della popolazione, capaci di provocare anomalie spermatiche negli animali di laboratorio (per es. l’etanolo, lo ione ipoclorito, il particolato emesso dai motori Diesel, I’1-3 butadiene, i pesticidi deltametrin, fenvalerate, monouron,
thiram, trifluralin) o di indurre in essi gravi danni alla spermatogenesi (es. benzene, paracetamolo , DEHP) ( 1 ).


Se le malattie cerebrovascolari si considerano separatamente da quelle cardiocircolatorie, tra le donne statunitensi sotto i settant’anni il cancro è già la prima causa di morte (77, 78): qualora fattori competitivi di mortalità precoce non intervengano a modificare questa precisa tendenza, è prevedibile che nei primi lustri del nuovo millennio lo sarà, per entrambi i sessi, in tutti i paesi sviluppati o in via di sviluppo.

10. Concludendo , l’organismo biologico deve essere inteso non solo come sistema complesso, ma prima di tutto come “sistema coerente”. E quando è legata all’autonomia del vivente, anche unicellulare, la coerenza diviene sinonimo di intelligenza. Un ‘intelligenza auto-organizzantesi e auto-regolantesi , non identificabile in una parte specifica dell’organismo ma nell’ordine dinamico che fisiologicamente lo caratterizza sia nel macroscopico, sia nei processi termodinamici e in quelli microfisici profondi. La prevenzione primaria deve essere coerente, come l’intelligenza da cui e verso cui è diretta. Cancerogenesi chimica, fisica, virale, ambientale, professionale , socio-culturale costituiscono (con la moltitudine dei fattori protettivi, l’illimitata molteplicità di fluttuazioni promoventi e la variabilità genetica e diacronica della sensibilità individuale) un intreccio unitario generalmente inestricabile.
Affidare la prevenzione al “controllo” di condizioni ambientali e sociali intrinsecamente antibiologiche è privo di fondamento scientifico. L’unica certezza è che nessun correttivo tecnico potrà mai salvaguardare la fisiologica espressione dell’ordine nell’organismo se non vengono tutelate a monte la coerenza filogenetica dei flussi chemio-energetico-informativi e l’armonia neurovegetativa della specie nel pieno rispetto dei suoi vincoli genetici e storico-sociali (11, 19, 50).
Solo un approccio culturale nuovo e antico nello stesso tempo, l’approccio igienistico-ecologico integratore di vita/salute/ambiente (se aggiornato nell’ottica della termodinamica generalizzata, illuminato dalla comprensione dell’ originalità protocognitiva cellulare, discriminativa/informativa/formativa e applicato con coerenza su scala globale a tutte le attività umane) potrà consentire – nei limiti delle possibilità conoscitive – la prevenzione contemporanea e indivisibile
del cancro e degli altri processi patologici che stanno degradando sincronicamente, con il medesimo concorso di cause, l’uomo e la biosfera.

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