Istituzioni e cancro. Problemi di coerenza e di democrazia (Roma, 1988)

A. Sacchetti:  Relazione introduttiva al Convegno
«La prevenzione del cancro e il ruolo delle istituzioni»
«lnstitution and cancer. Problems of coherence and democracy»
Sala del Cenacolo, Camera dei Deputati – Roma, 4 maggio 1988.
Accettato per la pubblicazione: Novembre 1988
Tecnica Sanitaria, XXVII: 63-­86 (1989)

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ISTITUZIONI E CANCRO. PROBLEMI DI COERENZA E DI DEMOCRAZIA *

RIASSUNTO
L’impossibilità di avvertire le insidie tecnogeniche impercettibili rende ormai inadeguata l’autotutela individuale della salute e fa gravare sui pubblici poteri una responsabilità senza precedenti.
La prevenzione del cancro implica il rispetto della coerenza naturale propria dei processi biologici, la cui informazione omeostatica è codificata da quasi quattro miliardi di anni nella stessa sostanza chimica, mediante un unico alfabeto.
Il medesimo bisogno di coerenza porta verso quella concezione olistica delle interazioni vitali da cui non possono che discendere una nuova cultura e una nuova funzione della democrazia, come autodifesa collettiva e cosciente della società e della vita stessa.

Parole chiave:
Insidie impercettibili, Prevenzione, Coerenza naturale, Coerenza culturale
Coerenza sociale

 


L’epidemica diffusione del cancro non è che un aspetto del più vasto declino dell’ordine biologico dovuto a una causa ben precisa: la generale incoerenza di una società le cui contraddizioni interne e con la natura hanno raggiunto, nell’ultimo mezzo secolo, dimensioni planetarie sconvolgenti.
L’antinomia è anche nello sviluppo scientifico. Da una parte le esigenze della produzione costringono gli scienziati a rappresentarsi una realtà prevedibile, una natura retta da leggi matematiche e perciò governabile. Dall’altra 1’emergere della fisica dei processi impone la molteplicità irriducibile dei livelli di descrizione, che non consente di estendere alle strutture termodinamiche dissipative in particolare alla biologia i modelli meccanicistici e le semplificazioni (fisiche e chimiche) su cui necessariamente fonda l’attività produttiva.

La nuova fisica, superando i limiti di quella newtoniana, ha infranto l’illusione del centro di prospettiva assoluto, rispetto al quale ogni ombra scompare. Apriamo solo finestre su realtà mutevoli, complementari e insieme contraddittorie, la cui descrizione deve attingere validità scientifica dalla coerenza delle correlazioni stabilite e dall’integrazione sinottica delle differenti prospettive. Nella consapevolezza che le correlazioni vengono continuamente corrette e che non è dato trascendere la situazione storica dell’analisi.

Le particelle subatomiche sono definibili soltanto attraverso interazioni. Ugualmente, a livello macroscopico, organismi viventi dotati di individualità, e la biosfera nel suo complesso, divengono incomprensibili se astratti dalle interazioni da cui traggono coerenza interna e vitalità.

La descrizione dei sistemi biologici come «processi» ne pone in rilievo soprattutto il comportamento coerente, caratterizzato dalla cooperazione di un altissimo numero di unità organizzate secondo una precisa logica molecolare. Ogni cellula utilizza per le attività metaboliche migliaia di enzimi e ben 122 kilojoules (=29,2 kilocalorie) sono spesi per unire un amminoacido all’altro in un legame peptidico. Questo il prezzo pagato alla fedele traduzione del messaggio genetico e quindi all’omeostasi dei processi. Un’omeostasi governata, in tutta l’ecosfera, dalla bioinformazione codificata nella stessa sostanza chimica con un medesimo alfabeto.

La bioinformazione ha regole categoriche ed è la più tipica e generale caratteristica del vivente. Essa esige lo scambio continuo di materia con il mondo esterno. L’ordine di grandezza della corrente molecolare irreversibile che ogni giorno alimenta l’uomo si esprime con almeno 26 cifre (10^25) [1]. Sotto questi due vincoli (informazione genetica e segnali del flusso chemioenergetico) nello spazio tempo dei singoli organismi si intreccia, a livello microscopico, un dialogo serrato, ininterrotto, che costituisce l’armonia fisica della vita. Dialogo cui la componente esogena conferisce una permanente imprevedibilità e che tuttavia, nei momenti privilegiati, segna l’apparire di nuovi individui, di nuove specie.

L’evoluzione naturale può essere quindi intesa come accumulo e selezione di coerenze tra eventi biotici e abiotici: non è dato scorgervi altra certezza se non l’irreversibilità dei processi.

Ma, pur nel carattere stocastico del divenire biologico, un fatto è evidente. Gli immensi flussi chemioenergetici attivati dall’industria tendono ad alterare la dinamica dell’omeostasi nella materia viva. In un contesto unitario e integrato di messaggi, dove tutto è instabile e anche la nozione geometrica di punto non ha senso, nessuna unità di energia, nessuna particella elementare potrà mai essere inerte e inespressiva: perfino l’entità zero, la carenza di un segnale fisiologico, diviene essa stessa un messaggio. Ogni radiazione ionizzante è virtuale innesco di catena radicalica, distruttiva di macromolecole; da ogni ione di piombo, mercurio, da ogni molecola di benzene, cloruro di vinile e degli altri composti xenobiotici dissipati dallo sviluppo tecnologico derivano potenziali effetti biodegradativi*.

Un indeterminabile tasso di incoerenza del flusso chemioenergetico è normale e gli organismi hanno imparato a ripararne i danni ai vari livelli: con il turnover metabolico delle loro molecole biologiche e la flessibilità delle vie biosintetiche alternative, con la correzione enzimatica di deformazioni indotte nei polimeri vettori dell’informazione genetica. Meccanismi immunitari che nella scala animale si fanno via via più complessi (in perfetto parallelo con la complessificazione neuroendocrina) collaborano al riconoscimento e al rifiuto di strutture eterologhe e di cellule cancerizzate, a salvaguardia della coerenza interna, molecolare e cellulare.

Ma l’elasticità dei fenomeni biologici ha un limite, ancorché individuale, dinamico, matematicamente imprevedibile. Cause naturali e sociali concorrono al rovesciamento rapido o alla lenta erosione degli equilibri omeostatici, generali e locali, presupposto patogenetico ed espressione di ogni stato morboso. Ciò spiega la storicità delle malattie, la diversificazione cronotopografica delle loro manifestazioni epidemiologiche – proiezioni somatiche della corrispondente variabilità delle condizioni di rischio – e dà ragione dell’irrilevante incidenza del cancro e di quasi tutta la patologia degradativa tra popoli che (come gli Hunzas del Karakorum o i Masai del Kenia meridionale) si integrano armonicamente in habitat poco contaminati [2].

Se fattori infettivi, indigenza, carenze igieniche e alimentari, mutageni naturali, appaiono prevalenti nella patogenesi neoplastica delle zone più depresse del terzo mondo, l’incontenibile dilagare del cancro nei paesi industrializzati rivela ben altre origini e responsabilità. L’incoerenza del nostro rifornimento chemioenergetico quotidiano attinge ormai l’ordine di grandezza di 1019 molecole tecnogeniche [1] e spesso lo supera in ambienti di lavoro e nei trattamenti farmacoterapici di sintesi.

Per la prima volta messaggi di una civiltà antibiologica investono tutta la biosfera. La concentrazione atmosferica di fondo del diclorometano, a 40° di latitudine Nord, fu stimata in 173 nanogrammi per m3 nel 1982 [3]. Il clorodifluorometano, nel 1980, toccava i 177 ng/m3 nell’emisfero Nord e 149 in quello Sud [4]: ma tre anni dopo nella bassa troposfera dell’Alaska il suo livello era di 259 ng/m3 [5]. Il cloroformio e il tetracloruro di carbonio (alla cui diretta derivazione industriale si somma quella indiretta, per l’azione fotochimica della radiazione solare rispettivamente sul tri-e tetracloroetilene) raggiungevano nel 1977 concentrazioni medie di 100-130 ng/m3 (cloroformio) e di 434 ng/m3 nell’emisfero Sud, 700 ng in quello Nord (tetracloruro di carbonio) [6-7]. Anche nei luoghi più remoti una normale inspirazione introduce quindi a centinaia di miliardi le molecole di questi gas antropogenici indiziati di attività cancerogena.

E’ comprensibile l’apprensione per gli effetti che i clorofluorocarburi e gli squilibri indotti nel ciclo catalitico degli ossidi di azoto provocano (unitamente agli ossidi del carbonio e ad altri idrocarburi, alogenati e non, dispersi dall’uomo) sulla fascia stratosferica di ozono, schermo protettore della vita dall’azione lesiva dell’ultravioletto lontano. Ma al tradizionale approccio ambientalista sfuggono i danni immediati prodotti dagli stessi composti nei protoplasmi. Legami diretti azoto-ossigeno, carbonio-fluoro, carbonio-cloro, non fanno normalmente parte delle macromolecole biologiche: la pericolosa instabilità del primo legame, l’eccessiva stabilità del secondo (e, spesso, anche del terzo), la potenziale liberazione di alogenoradicali molto reattivi, sono incompatibili con la logica della bioinformazione. Se non che, mentre ossidi di azoto e molecole organoalogenate contribuiscono in misura sempre più rilevante a denaturare i flussi vitali (alterati da una miriade di sostanze ed energie xenobiotiche), la vittoria contro il cancro viene affidata al paziente, interminabile lavoro di ricerca inteso a ponderare l’efficacia mutagena o cancerogena di singoli agenti chimici e fisici e a cogliere all’interno dell’organismo sia i segreti patogenetici della malattia, sia le possibilità di combatterla e prevenirla.

Certo il cancro è malattia sistemica, processo multifattoriale a più stadi che, nella permanente interazione tra aggressioni e risorse difensive, si manifesta solo entro il bersaglio biologico. Qui il complesso unitario delle interazioni occulte determina, in ogni istante, le condizioni locali e generali di risposta e la soglia, insondabile, delle irreversibilità. Ma alla coerenza complessiva delle difese organiche si contrappone l’incoerenza di quella culturale. Nell’angusto confine delle cliniche e dei laboratori l’astrazione dal dinamico intreccio del mondo reale dissolve l’unità inscindibile dei processi interattivi. Vengono isolate correlazioni lesive o terapeutiche e stabiliti limiti assoluti di tollerabilità di energie o sostanze che concorrono in maniera sinergica ad abbassare la soglia ultima degli equilibri omeostatici. Spesso anzi gli stessi interventi clinici incidono negativamente sulle difese dell’organismo, con pratiche diagnostiche e terapeutiche altamente lesive e di per sè cancerogene.

Le mutilazioni descrittive e le implicazioni oppositive di un approccio scientifico che non sa elevarsi alla visione olistica delle interazioni vitali votano al fallimento ogni concreta prospettiva di prevenzione. La continua ascesa del tasso di mortalità tumorale complessiva, nonostante il parallelo aumento delle diagnosi precoci e delle guarigioni a medio termine, ne è precisa conferma epidemiologica, mentre la correlazione diacronica e topografica con lo sviluppo industriale denuncia chiaramente le responsabilità del sistema produttivo.

Recenti elaborazioni di dati statistici standardizzati, aggregati per provincia, dimostrano che, nel triennio 1975-77, cinque provincie lombarde (Cremona, Bergamo, Brescia, Milano, Varese) guidavano la classifica della mortalità totale per neoplasie maligne nella popolazione maschile e tutte le nove provincie di quella regione erano comprese nei primi 15 posti della graduatoria. Le due provincie della Basilicata si trovavano rispettivamente all’80° posizione (Matera) e alla 93° (Potenza); le tre della Calabria all’83° (Reggio Calabria), 89° (Catanzaro), 94° (Cosenza). E la mortalità specifica di Oristano (112,8 per centomila abitanti residenti) raggiungeva appena il 32,4% di quella di Cremona (350,1) [8].

Sebbene un po’ diversa, altrettanto significativa era la distribuzione provinciale dei tassi standardizzati di mortalità per tumori maligni nella popolazione femminile: a Cosenza (100,4 per centomila abitanti residenti) l’incidenza risultava meno della metà (47,15%) rispetto a quella di Cremona (212,9 per centomila) [8].

L’Annuario ISTAT 1987 indica che, tre anni prima, il 24,7% delle cause di morte in Italia fu attribuito a tumori (27 ,2% nel centro nord e 19% nel meridione e nelle isole). Ma il continuo incremento epidemico e i tempi di latenza del morbo fanno ritenere che almeno un italiano su tre abbia già segnato il cancro nel proprio destino. Studi di coorti di popolazione seguite nel tempo confermano che il trend di crescita è reale e non mero riflesso statistico di una maggiore longevità.

Del resto, nei paesi industrializzati, anche animali la cui vita media non si è allungata ammalano di tumore: soprattutto i pesci, che dallo stesso ambiente idrico derivano l’intero flusso chemioenergetico (alimentare e respiratorio). In America la maggior parte di quelli del fiume Hudson, del Black river, del lago Michigan ne è colpita [9-10]. Nelle acque fluviali di Cubatão (Brasile), intensamente entropizzate dall’industria, i pesci sono anche ciechi e deformi [11].

La degradazione della biosfera discende dunque prima di tutto dalle contraddizioni di una cultura scientifica che nella microfisica coglie l’indissolubile unità dell’universo, nella biologia cellulare la planetaria coerenza dei meccanismi bioinformativi elementari, ma che è ancora incapace di superare l’approccio riduzionistico ai grandi processi, microscopicamente integrati, dell’ecosistema.

Il peso dell’industria nell’orientamento della ricerca e dei costumi è senza dubbio ostacolo determinante al recupero della coerenza culturale e scientifica su una frontiera ecologica avanzata. Le istituzioni devono nondimeno impegnarsi ad alleggerire la pressione degli interessi di parte sulle università e sugli altri centri di ricerca.

L’indirizzo ecologico, espressione tipica di una visione del mondo organica, sistemica, aderente alle acquisizioni e alle implicazioni epistemologiche della fisica moderna, deve essere introdotto a tutti i livelli dell’istruzione primaria, secondaria, universitaria. E’ inconcepibile che nelle facoltà di medicina, veterinaria, scienze biologiche, agraria, non vi siano corsi obbligatori di ecologia e che nella preparazione dei medici perfino l’igiene – disciplina chiave della salute come fisiologico equilibrio di rapporti ambientali e sociali – sia scaduta durante gli anni ’70, presso alcuni atenei, a materia accessoria e facoltativa.

Ignorare gli aspetti termodinamici e bioinformativi della realtà significa anche trovarsi culturalmente disarmati di fronte al cancro e alle altre malattie degradative. Queste esprimono la rottura della coerenza cellulare e tessutale provocata dai flussi chemioenergetici antibiologici propri della moderna tecnologia. Ma le istituzioni non contribuiscono alla presa di coscienza di una simile connessione. Anzi si adoperano in genere ad occultarla.

I problemi ambientali vengono accuratamente distinti (per quanto possibile) da quelli sanitari e gestiti in chiave economica e tecnologica da rami separati della pubblica amministrazione, con criteri meccanicistici, fondando sulla competenza di ingegneri, chimici, fisici. Proprio quando i maggiori rischi per la salute non derivano più – come nel recente passato – da cause naturali, bensì da attività produttive, sono state cancellate dagli ordinamenti sanitari le autorità tecniche, rimettendo ogni potere alla discrezionalità di organi politici impegnati a sostenere l’espansione del sistema industriale.

Eliminati i contrappesi istituzionali che avrebbero dovuto garantire l’autonomia delle funzioni di vigilanza igienica e di controllo, la difesa della salute pubblica si è fatta più ardua. E anche i provvedimenti interdittivi di una magistratura intimidita da recenti norme diverranno problematici verso rischi potenzialmente gravi, ma occulti e perciò spesso discutibili nella loro concretezza.

La popolazione delle maggiori città italiane ha dovuto attendere l’arrivo del «treno verde» per conoscere le elevate concentrazioni atmosferiche di idrocarburi «totali» cui si trova esposta. Ma non sa ancora quanto benzene, toluene, ossido di etilene, benzo(a)pirene, dibenzo(a,h)antracene e quanti altri idrocarburi policiclici aromatici (con i loro nitroderivati supermutageni prodotti dai motori Diesel) inala in un solo minuto.

Il livello genotossico dei nostri centri urbani è stato fino a oggi accuratamente nascosto. Eppure già dal 1980 fu accertata, in California e in altri stati, un’alta corrispondenza tra attività mutagena dell’aria e intensità del traffico motorizzato [12]. Il 10-1-1972 e1’8-11-1982, con due documenti ufficiali approvati all’unanimità su mia relazione, il Comitato Regionale dell’Emilia Romagna contro l’inquinamento atmosferico invitò i Comuni ad assumere misure restrittive della circolazione urbana e ad elettrificare i trasporti pubblici, indicando nella diffusione dei motori a ciclo Diesel una seria minaccia per la salute pubblica. I Diesel, a parità di percorso, emettono un particolato più mutageno e nel suo «Dossier Cancer» (Ed. Stock, Parigi, 1977) Georges Mathè ipotizzava il loro divieto nelle città. Ci troviamo ora a respirare rilevanti concentrazioni di veleni, scientificamente previste, autorevolmente denunciate, ma che la supina insensibilità dei pubblici poteri non ha saputo né voluto prevenire.

Centinaia di migliaia di quintali di pesticidi indiziati di attività mutagena e carcinogena (tra cui Azinphos-metile, Carbaryl, Dimethoate, Parathion, Zineb, Ziram, Atrazina) vengono ogni anno distribuiti al consumo. La nostra dieta quotidiana è contaminata da fitofarmaci a decine – talora centinaia – di microgrammi (un ordine di grandezza di 1016-1017 molecole) [1] e ancora più da nitrati e nitriti, fonte di nitroderivati [1-2]. Le analisi di laboratorio si rivelano del tutto inadeguate a controllare il crescente disordine dei flussi chemioenergetici: la ricerca di cancerogeni tra i più attivi e diffusi, come nitrammine, nitrosammine e altri nitrosocomposti (una ricerca che dovrebbe essere prioritaria nella lotta contro la malattia tumorale, considerate le alterazioni ormai planetarie indotte nel ciclo catalitico dell’azoto) è addirittura tabù per le strutture del servizio sanitario nazionale.

Enormi quantità di farmaci veterinari di sintesi (estrogeni, androgeni, progestinici, cortisonici, antibiotici, 32 adrenergici e altri chemioterapici) per un valore di mercato di circa mille miliardi (in lire 1987) alterano la qualità delle carni, del latte e degli altri prodotti animali, con riflessi di indubbio rilievo sull’epidemiologia oncologica. Anche in questo settore la vigilanza è del tutto inefficace, mentre nel servizio veterinario pubblico le funzioni di polizia sanitaria convivono con quelle di assistenza zooiatrica e zootecnica, in un contesto di interessi e finalità non facilmente componibili.

Le stesse trasfusioni di sangue sono divenute veicolo di prodotti oncogeni da quando le pressioni dell’industria chimica hanno imposto la sostituzione dei flaconi di vetro con sacche di plastica: il di(2-etilesil)ftalato è stato rinvenuto fino a oltre 300 mg per litro di sangue conservato (pari a 1020 molecole di DEHP in una sacca di 300 ml). E ciò nonostante l’esplicito parere della Commissione di studio dell’Istituto Superiore di Sanità per la cancerogenesi, la mutagenesi, la teratogenesi, che fin dal 17 febbraio 1982 raccomandò ufficialmente di evitare l’impiego di questo plastificante nei materiali destinati al contatto con alimenti grassi e con sangue. E’ assurdo che un tessuto umano così prezioso venga colposamente degradato e che il Ministero della Sanità, con la circolare n.10 del 16-3-1987, abbia consentito di prolungarne la conservazione nelle sacche di plastica fino a 35 giorni.

Del resto la cancerogenesi iatrogenica è una realtà inquietante. Farmaci cancerogeni sono stati largamente impiegati negli ultimi decenni e alcuni, sospetti di esserlo, sono ancora in commercio [2]. Molti medicinali, inoltre, esercitano effetti collaterali sul sistema immunitario e quindi un ruolo promovente aspecifico nelle patogenesi del cancro, dell’AIDS e di altre malattie. Tra tutti i fattori di rischio extralavorativi, la farmacoterapia di sintesi è quello che con maggiore rapidità può elevare il flusso xenobiotico in entrata fino a 1020/1021 molecole incoerenti.

Valutare il rapporto tra rischi e benefici di un trattamento terapeutico in base all’assenza di manifestazioni collaterali è un’astrazione pericolosa. Le interazioni nell’organismo avvengono a livello molecolare (o submolecolare) e di singoli «quanti» di energia, mentre gli effetti indesiderati si manifestano solo oltre una soglia miliardi di volte più elevata. L’ancestrale abitudine di considerare solo ciò che è percettibile fa dimenticare le basi teoriche fondamentali della chimica fisica e della fisica quantistica. E contraddice anche il principio essenziale dell’omeostasi biologica, che fa della salute e della malattia manifestazioni coerenti degli equilibri microfisici e neuropsichici sottesi.

La profilassi antiinfettiva, malgrado i vantaggi della specificità eziologica, non può indirizzarsi solo contro gli agenti patogeni e deve comunque puntare sia sull’igiene ambientale e personale, sia sull’integrità delle capacità difensive dell’organismo. Ugualmente la prevenzione oncologica non va limitata all’identificazione e al controllo dei singoli cancerogeni ma deve essere estesa ai molteplici cofattori che, abbassando le difese organiche, immunitarie e non, aprono la strada alla diffusione neoplastica.

Oggi l’incalzare delle innovazioni tecnologiche e della dissipazione chemioenergetica si associa a condizioni e ritmi di vita sempre più incongrui. Il crescente tasso di cancerogenicità del1’aria, dell’acqua, degli alimenti, trova sinergismi nell’alimentazione denaturata e nell’usura neuro-immuno-endocrina dovuta alle tensioni di una collettività ansiosa, insicura, pressata da emergenze di ogni genere, sollecitata da un eccesso di stimolazioni sensitive tecnogeniche, spesso drogata da consumi voluttuari dannosi e da psicofarmaci.

Le istituzioni, impegnate nella duplice funzione di promuovere lo sviluppo dell’industria e di garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute, non perseguono con la stessa premura ed efficienza obiettivi così antitetici.

Si enfatizza il valore preventivo della corretta informazione. Ma fin dall’autunno del 1982 organi statali regionali e locali erano a conoscenza che, in acque sotterranee lombarde utilizzate per il consumo umano, erbicidi come l’Atrazina – risultata mutagena e teratogena in più tests sperimentali, oltre che potenziale fonte di nitrosoderivati [13] – superavano abbondantemente i limiti indicati dalla Direttiva CEE 15-7-1980 n.778. Informazione e provvedimenti si sono fatti attendere per ben quattro anni (mentre l’impiego agricolo di Atrazina, tra il 1983 e 1’84, aumentava in Lombardia del 110,2%) e si è vietato infine l’uso degli erbicidi soltanto là dove essi eccedono di parecchio, nelle falde idriche, gli standards dell’accettabilità legalmente imposta per le acque potabili.

Se la stima del rischio, nei riguardi di sostanze ed energie xenobiotiche, soffre di evidenti limitazioni sotto il profilo scientifico, attendere che il rischio si manifesti o, peggio, nasconderlo alla popolazione, è moralmente e politicamente condannabile. In un’epoca in cui l’insidia antropogenica colpisce silente attraverso l’aria, l’acqua, gli alimenti, le responsabilità dei pubblici poteri attingono una dimensione assoluta, senza precedenti. Anche chi adotta uno stile di vita igienicamente ineccepibile è costretto – senza alternative – ad affidare irrevocabilmente alle istituzioni una parte determinante della propria difesa e a subire scelte (od omissioni) che non sono coerenti né alla tutela della salute, né alla democrazia, ma solo alle esigenze economiche e produttive dell’industria.

Mai vi è stata una simile antinomia tra produzione, ambiente e salute; tra le capacità nocive del sistema, della singola impresa, dell’individuo, e la generale vulnerabilità della popolazione. Nel sangue dei neonati è ancora possibile rilevare DDT e suoi metaboliti fino a 10 microgrammi (circa 17 milioni di miliardi di molecole) per litro, e nel latte materno valori fino a quattro volte più elevati [14]. Il di-2-etil-esil-ftalato, in reperti autoptici di persone sottoposte a frequenti emodialisi, trasfusioni di sangue, somministrazioni di emoderivati, ha raggiunto livelli da 500 a migliaia di microgrammi per kg., secondo gli organi (500 nel cuore, 1.900 nel cervello, da 1.200 a 2.200 nei reni, 1.400-2.200 nei polmoni, 1.500-4.600 nel fegato, 2.200-4.700 nella milza) [15]. Il cloroformio derivante dalla clorazione delle acque (e dalla trasformazione fotochimica del tricloroetilene disperso nell’atmosfera) può oltrepassare nel plasma sanguigno 1,5 microgrammi/litro e salire anche a 3 microgrammi/litro nel plasma di chi frequenta piscine coperte [16].

L’autotutela individuale della salute trova oggi limiti rigorosi nell’oggettiva impossibilità di avvertire le insidie tecnogeniche impercettibili. Il gruppo parlamentare verde ha inteso ciò che ad altri è finora sfuggito: le profonde implicazioni di una svolta storica che impoverisce il significato delle stesse conquiste già realizzate in nome della giustizia e della libertà. Esso ritiene che la settimana di lotta contro il cancro, promossa dalla CEE, non debba ridursi a un asettico bilancio dei successi conseguiti e di quelli attesi, nè alla tradizionale educazione sanitaria basata sulla responsabilità soggettiva degli inermi o alla consueta imputazione degli oncogèni come causa di una malattia che sarebbe ineluttabilmente intrinseca alla vita.

E’ certamente arduo, anzi impossibile, comporre la radicale divergenza tra i processi fisiologici e quelli industriali, erosiva dell’informazione citologica. I pubblici poteri, se culturalmente e politicamente condizionati da ideologie e interessi produttivistici, non possono che amministrare un sistema di crescente insicurezza sociale. Tuttavia la prevenzione del cancro, nel nostro Paese e nell’attuale periodo storico, presuppone necessariamente il superamento di questa antinomia.

Preoccupa la crescente aggressività del sistema, la sua tendenza a una generale «deregulation», propizia alla libera iniziativa imprenditoriale ma non alle esigenze biologiche. E suonano minacciose le promesse formulate dal nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri agli industriali convenuti a Napoli, il 23 aprile scorso, per discutere su «Stato ed economia»: il governo sente «il dovere di sgomitolare la matassa di lacci e lacciuoli della bardatura dirigistica, delle autorizzazioni, dei vincoli».

Mentre si ignorano i vincoli che da miliardi di anni inchiodano al medesimo alfabeto la semiologia genetica della vita, si allentano quelli di attività produttive incompatibili con i processi informativi cellulari, retti dall’ autocatalisi incrociata fra polinucleotidi e polipeptidi.

Si spiega quindi il senso di disagio con cui il Consiglio Sanitario Nazionale, illustrando in un recentissimo volume di 1528 pagine la «Relazione sullo stato sanitario del Paese negli anni 1981­83», ha liquidato in 53 righe il problema del cancro, con frasi come queste: «Risulta molto difficile dare un quadro della situazione nazionale per ciò che concerne la patologia neoplastica, sia per la carenza delle fonti ufficiali, sia per la difficoltà ad impostare indagini epidemiologiche volte a stimare l’incidenza e la prevalenza di tali forme morbose. Anche i dati dei Registri Tumori si prestano poco a questo scopo, data l’indefinibilità del denominatore. Secondo i dati dell’indagine ISTAT del novembre 1983, la prevalenza globale (entrambi i sessi; tutte le classi di età) delle malattie neoplastiche (compresi leucemia e linfomi) risulta dello 0,52%». Ossia fra tutti gli italiani contemporaneamente intervistati e dichiaratisi in non buone condizioni di salute, non più di uno su centonovantadue era affetto da tumore.

La coerenza non è soltanto imperativo funzionale delle strutture biologiche: è requisito cardine del pensiero. Possiamo prevenire il cancro e tutelare la salute solo superando le fondamentali discordanze della nostra concezione del mondo, della società, della vita. E poichè ci troviamo in un’aula dei Gruppi Parlamentari, non è fuori luogo auspicare che la revisione istituzionale annunciata dai partiti sia aderente alle impreviste implicazioni che i diritti costituzionali sono venuti assumendo negli ultimi anni. La riforma deve fondare sul presupposto che il diritto alla salvaguardia della salute diviene, nel nuovo contesto, precategoriale a tutti gli altri, riguardando la sopravvivenza dell’uomo. Se i cittadini sono costretti a delegare alle istituzioni la vigilanza sull’idoneità del proprio «input» chemioenergetico, le istituzioni non possono garantirli senza la dovuta trasparenza amministrativa e il coinvolgimento democratico nel controllo della produzione, dell’ambiente e della prevenzione sanitaria in genere.

Il cancro è molto più di una malattia e di un argomento medico scientifico. Esso riassume il dramma della nostra epoca: una crisi di percezione della realtà. Crisi culturale e sociale, di onestà, di coerenza e di democrazia.

Allegato 1
ALCUNE DELLE INSIDIE CHIMICHE TECNOGENICHE
PIÙ DIFFUSE NELL’ATMOSFERA

Durante le ore diurne, tra le migliaia di sostanze tecnogeniche diffuse nell’atmosfera urbana, possono trovarsi per ogni m3 d’aria (in punti che non siano prossimi a fonti di emissione) milligrammi o decine di milligrammi di monossido di carbonio; decine o centinaia di microgrammi di monossido di azoto e biossido di azoto; decine di microgrammi di etilene, toluene, benzene, xyleni, perossido di idrogeno, ozono; microgrammi o centinaia di nanogrammi di formaldeide, acetaldeide, acroleina, 1,3 butadiene, piombo, propilene, stirene, tetracloroetilene, tricloroetilene, tetracloruro di carbonio, cloroformio, diclorometano, dibromuro di etilene, 1,2 dicloroetano, 1, 1, 1 tricloroetano; centinaia di nanogrammi di clorodifluorometano (*); nanogrammi di ossido di etilene, ossido di propilene, ossido di stirene, metilnitrito, N-nitro e N-nitrosocomposti, cadmio, policlorobifenili, 1, 1,- 1, 2 tetracloroetano, cloruro di vinilidene, benzo (a) antracene, benzo (a) pirene, benzo (b) fluorantene, benzo (k) fluorantene, dibenzo (a,h) antracene (e, in complesso, decine o centinaia di nanogrammi di idrocarburi policiclici aromatici – I.P.A. – con i loro derivati); centinaia di femtogrammi di policlorodibenzodiossine.

In realtà, nelle zone e nelle ore più dissipative le concentrazioni sopra descritte sono spesso superate. Per es. benzene, toluene, xyleni, raggiungono punte di centinaia di microgrammi per m3. Le policlorodibenzodiossine sono state determinate a livello di picogrammi. In certi quartieri tri- e tetracloroetilene fanno registrare decine di mcg/m3).

Alle concentrazioni indicate vengono comunque introdotte, con una sola normale inspirazione, molecole di:

carbonio monossido milioni – o decine di milioni – di miliardi (10^15-10^16)
azoto monossido decine – o centinaia – di migliaia di miliardi (10^13-10^14)
azzoto biossido decine – o centinaia – di migliaia di miliardi
etilene decine di migliaia di miliardi (10^13)
+ toluene decine di migliaia di miliardi (10^13)
+ benzene decine di migliaia di miliardi (10^13)
+ xyleni decine di migliaia di miliardi (10^13)
+ idrogeno perossido decine di migliaia di miliardi (10^13)
+ ozzono decine di migliaia di miliardi (10^13)
+ formaldeide migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ acetaldeide migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
acroleina migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ 1,3 butadiene migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
piombo migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
propilene migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ stirene migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ tetracloretilene migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ tricloretilene migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ carbonio tetracloruro migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ cloroformio migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ diclorometano migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ etilene dibromuro migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ 1,2 dicloroetano migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
1, 1, 1 tricloroetano migliaia di miliardi/centinaia di miliardi (10^12-10^11)
+ clorodifluorometano centinaia di miliardi (10^11)
+ etilene ossido miliardi (10^9)
+ propilene ossido miliardi (10^9)
+ stirene ossido miliardi (10^9)
metilnitrito miliardi (10^9)
+ N-nitro e
N-nitrosocomposti miliardi (10^9)
+ cadmio miliardi (10^9)
+ policlorobifenili (PCB) centinaia di milioni (10^8)
+ 1,1-1,2 tetracloroetano miliardi (10^9)
+ cloruro di vinilidene miliardi (10^9)
+ benzo (a) antracene miliardi (10^9)
+ bezo (a) pirene miliardi (10^9)
+ benzo (b) fluorantene miliardi (10^9)
+ benzo (k) fluorantene miliardi (10^9)
+ dibenzo (a,h) antracene miliardi (10^9)
+ l.P.A. (in complesso) decine o centinaia di miliardi (10^10-10^11)
policlorodibenzodiossine decine di migliaia (10^4)
(tra queste, la. Tetractorodibenzodlosslna – TCDD – ha dimostrato sufficiente evidenza sperimentale di cancerogenicità).

Nota: il segno + indica le molecole di cui sono stati ufficialmente riconosciuti effetti cancerogeni nell’uomo o negli animali da esperimento. Tutte le sostanze sopra elencate concorrono però solidalmente a favorire i processi degenerativi nell’organismo.

Nelle aree industriali le presenze xenobiotiche sono arricchite da innumerevoli altre particelle disperse durante i cicli produttivi e nelle operazioni di stoccaggio o di trasferimento.

L’analisi molecolare non modifica il rapporto proporzionale già espresso in peso/volume, tuttavia è coerente alle considerazioni esposte nella relazione. In carenza di un simile approccio si è indotti a ritenere che quantità apparentemente modeste di ogni nuovo inquinante considerato (es. picogrammi o femtogrammi per m3) siano innocue. Ma solo zero, moltiplicato all’ennesima potenza, rimane sempre uguale a sè stesso.

L’ordine di grandezza delle particelle xenobiotiche, calcolato con la formula di Avogadro (e possibilmente comprensivo delle particelle radioattive e dei radicali liberi strumentalmente rilevati) può essere utile a valutare, sebbene in modo molto limitato, l’incoerenza quali­quantitativa del flusso materiale in entrata nell’organismo.

Occorre infine tener presente che gli scambi informativi biologici si spingono a livello submolecolare. Tutte le informazioni necessarie alla nostra vita sono contenute «ab ovo» in 6 picogrammi di DNA. E la semplice saturazione di un doppio legame, la modificazione dell’assetto elettronico di una molecola possono essere sufficienti a trasformare il messaggio fisiologico di questa.

Allegato 2
ESEMPI DI AGENTI CANCEROGENI LIPOFILI,
REPERIBILI NEI GRASSI ANIMALI E VEGETALI

Pesticidi organoclorurati:
* DDT e metaboliti
– nei lipidi di sardine dell’alto Adriatico fino a 17,5 mg/Kg di grasso (1973)
(17)
– nei lipidi del latte di donna 8,2 p.p.m. (1971) (18)
– nel parmigiano reggiano 8,99 p.p.m. (1975) (19)
– nel grasso sottocutaneo della popolazione trentina (in media) 13,7 p.p.m. nel 1971 (20) e di quella ferrarese 11,1 p.p.m. nel 1972, con punte fino a 68,1 (21)
* Aldrin
– nel latte, burro e formaggio 0,027 p.p.m. (1972) (22)
* Endrin
– nel grasso di polli 0,25 – 3,5 p.p.m. (1967) (23)
* Dieldrin
– nel burro 0,07 p.p.m. (1973) (24)
– nel latte di donna 0,03 p.p.m. (1969) (25)
* Esaclorocicloesano (HCH)
– nei lipidi del latte 0,8 p.p.m. (1971) (26)
– nel latte di donna 0,4 p.p.m. (1969) (25)
– nel tessuto adiposo umano 2,6 p.p.m. (1972) (27)
* Esaclorobenzene
– in latte, burro e prodotti caseari fino a 0,5 mg/Kg (1976) (28)
– nel latte di donna 1,24 mg/I. (1975) (29)
– nei tessuti adiposi umani 0,491 mg/Kg (1976) (30)
* Eptacloro epossido
– nel grasso di colombi 8,7 mg/Kg (1974) (31)
– nel latte di donna 0,001 – 0,003 mg/I (1969) (25)
– nel grasso di bambini nati morti 0.01 – 0,3 mg/Kg (1969) (32)
– nel grasso della popolazione francese 0,28-0,36 mg/Kg (1972) (33)
* Clordano
– 0,02-0,06 mg/I nell’87% dei campioni di latte di mucca in USA (1977) (34)
I fitofarmaci clororganici sopra elencati sono ancora reperibili nei grassi alimentari, tanto che l’Ordinanza Ministeriale del 6-6-1985 sui residui di pesticidi nei prodotti destinati all’alimentazione consente la presenza di ciascuno di essi, in ogni Kg. di sostanza grassa, fino ai seguenti livelli:0,05 mg. di clordano e suoi metaboliti; 0,1 mg di aldrin e/o dieldrin, di eptacloro e/o eptacloro epossido, di alfa HCH, beta HCH, gamma HCH; 0,15 mg di esaclorobenzene; 1 mg. di DDT e suoi metaboliti. Nel 1981 il P.M.P. di Ferrara dosò questi insetticidi, nel loro complesso, fino a 10,58 mg/Kg nel grasso suino, 4,09 mg/Kg in quello bovino, 2,68 mg/Kg in quello del pollame (35). li latte di donne italiane, nel 1982, conteneva ancora DDT e suoi metaboliti fino a 0,04 mg/I (14), pari a circa 68 milioni di miliardi di molecole per litro.
* Mirex
– nel grasso di gabbiani del lago Ontario, fino a 210 mg/Kg (1976) (36)
– nel grasso di pesci e uccelli americani 104 mg/Kg (1970) (37)
– nel grasso bovino 0,125 mg/Kg (1971) (38)
– nel grasso addominale di polli 1,09 mg/Kg (1974) (39)
– nei lipidi del latte di donne canadesi 2,3-21,5 microgr/Kg (1978) (40)
– nel tessuto adiposo umano fino a 5,9 mg/Kg (1974) (41)

Solventi organici clorurati:
Tricloroetilene (trielina)
– nei grassi alimentari 0-19 microgrammi/Kg (1975) (42)
– nella margarina fino a 980 microgr./Kg (1986) (43)
– in tessuti autoptici umani 1-32 microgr./Kg di tessuto umido (1975) (42)
Tetracloroetilene
– nei grassi alimentari 0,01-7 microgr./Kg (1975) (42)
– in oli di oliva extravergini 0-1520 microgr./Kg (1988) (44)
– nel burro e nella margarina fino a 37 microgr./Kg (1986) (43)
– nel formaggio 3,2-9,4 microgr./Kg (1986) (43)
– nel grasso di foca 0-19 microgr./Kg (1975) (45)
– nei tessuti autoptici umani fino a 36,9 microgr./Kg di tessuto umido (1981) (46)
– ne è stata segnalata l’escrezione nel latte di donna (1977) (47)
Cloroformio
– nel burro 80-1100 microgr./Kg (1986) (43)
– nella margarina 3-740 microgr./Kg (1986) (43)
– nel formaggio 46-810 microgr./Kg (1986) (43)
– nel tessuto adiposo umano 1-68 microgr./Kg di tessuto umido (1975) (42)
Metilcloroformio
– nella margarina 27-1200 microgr./Kg (1986) (43)
– nel burro 9-150 microgr./Kg (1986) (43)
– nel formaggio 1,9-3300 microgr./Kg (1986) (43)
Tetracloruro di carbonio
– nei grassi alimentari 0,7-18 microgr./Kg (1975) (42)
– nella margarina 0,78-2,4 microgr./Kg (1986) (43)
– nel burro 0-3,3 microgr./Kg (1986) (43)
– nel formaggio 0,3-2,2 microgr./Kg (1986) (43)
– 1,1-1,2 Tetracloroetano
– valori medi di 0,6 microgr./Kg nel grasso sottocutaneo di persone non esposte (1981) (46)

Altri composti organici alogenati:
* Bifenili policlorurati (PCB)
– nei grassi animali 0,3-21 mg/Kg (1974) (48)
– nel latte da tracce a 27,8 mg/Kg (1972) (49)
– nei lipidi del latte di donna, in media 1,7 mg/Kg (1977) (50)
– nei tessuti adiposi umani 0,6-18 mg/Kg (1976) (51)
* Bifenili polibromurati (PBB)
– nel grasso del latte crudo e pastorizzato 0,1-0,3 microgr./Kg (1977) (52)
– nel grasso del latte di donne esposte 0,21-92,66 mg/I (mentre nel sangue
corrispondente il livello era di 0,003-1,06 mg/I) (1975) (53)
Il tempo di dimezzamento nel grasso umano è stato stimato in 7,8 anni
(J. N. Miceli et al.- Environ. Health Perspect., 60, 399-403, 1985)
Policlorodibenzodiossine (PCDD) e Policlorodibenzofurani (PCDF)
– sono rilevabili in matrici biologiche lipidiche a livello di nanogrammi/Kg (1984) (54)
– La 2, 3, 7, 8 tetracloro-dibenzo-paradiossina è risultata in media 3 nanogrammi/Kg nel tessuto adiposo di persone non esposte, in Svezia (media complessiva delle PCDD 534 nanogrammi/Kg e dei PCDF 57,2, di cui 4,2 erano 2, 3, 7, 8 dibenzofurani) (1986) (55)
Esaclorobutadiene
– nel burro 2 microgrammi/Kg (1975) (42)
– nella margarina 33 microgr./Kg (1975) (56)
Cloruro di vinile monomero
– nella margarina e nel burro 0,05 mg/Kg (1975) (57)
– negli oli alimentari 0,05-14,8 mg/Kg (1975) (58)

Altri composti organici:
Stirene
– nella crema di burro conservata in vasetti di polisterene 59,2 microgrammi/Kg (1978) (59)
1,3 Butadiene
– nella margarina 0,2 microgrammi/Kg (1984) (60)
* Di-2-etil-esil-ftalato (DEHP), composto lipofilo ceduto a tutti gli alimenti grassi dagli involucri di PVC e di altri materiali sintetici che lo contengano quale plastificante:
– nel grasso del latte fino a 31,4 mg/I (1976) (61)
– nel grasso del formaggio fino a 35 mg/Kg (1976) (61)
– si accumula in via preferenziale nei tessuti adiposi (62), dove l’emivita fu stimata, nel ratto, in 3­5 giorni (1­2 giorni negli altri tessuti) (63)

Ormoni sintetici xenobiotici:
* Dietilstilbestrolo (DES)
– nel grasso di vitello 8,3 microgrammi/Kg (1980) (64-65)
* Clormadinone acetato
– nei lipidi del latte di mucca (1972) (66)

Solo i composti contrassegnati con *, tra quelli elencati, vengono assunti principalmente per via lipidica dalla popolazione. Tutti però sono più o meno lipofili e la maggior parte è rilevabile nel latte. La mammella è esposta dunque alla loro azione oncogena, che trova sinergia in stimoli ormonici e in diverse altre sostanze come i nitrofurani (67), somministrati quali disinfettanti intestinali agli animali da allevamento e rinvenuti nella carne di pollo (68) e nel latte (69).

Alcuni composti hanno anche sperimentalmente mostrato effetti cancerogeni sulla mammella. Il cloruro di vinilidene, reperito nei formaggi a livelli di circa 5 microgrammi per Kg (70), e il cloruro di vinile determinano tumori mammari nei topi (71-72-73-74). Neoplasie alla mammella sono state provocate nel ratto dall’Aldrin (75) e dal tetracloruro di carbonio (76); nel topo dall’1,2 dibromo-3-cloropropano (77) e dall’1,3 butadiene (78-79); in entrambi i muridi dall’1,2 dicloroetano (80) e dal dibromuro di etilene (81). Il dietilstibestrolo, il clormadinone acetato e parecchi altri ormoni sintetici, usati isolatamente o in combinazione tra loro, possono indurre tumori mammari maligni in animali da esperimento (82).

Nello Stato di New York il tumore alla mammella è balzato al primo posto tra i problemi oncologici, ma si continua a imputarne la responsabilità a fattori naturali di interferenza ormonica (in un’epoca in cui la sfera endocrina è sempre più compromessa da interferenze tecnogeniche) e agli stessi grassi animali di cui popoli nomadi e dediti alla pastorizia (come i Masai studiati da Denis Burkitt) si sono sempre cibati senza soffrire né di alterazioni della colesterolemia né di tumori (83).

Si parla dei lipidi alimentari in chiave nutrizionistica come se fossero ancora quelli che consumavano i nostri nonni, ignorando le profonde generali modificazioni dei flussi chemioenergetici e l’inevitabile ritenzione nei grassi (anche della mammella) di benzopirene e altri idrocarburi policiclici aromatici (84-85), dei solventi (86-87) e di tutte le sostanze poco o punto idrosolubili che oggi contaminano in misura crescente ogni organismo biologico.

Mentre l’analisi epidemiologica dei tumori epatici è in genere ben attenta al ruolo oncogeno dei composti chimici industriali (tra cui appunto cloruro di vinile, tetracloruro di carbonio, PCB, PBB, diclorometano, 1,2 dicloroetano, 1, 1-1,2 tetracloroetano, 1, 1-2,2 tetracloroetano, cloroformio, tricloroetilene, tetracloroetilene, 1,3 butadiene, DDT, dieldrin, clordano, eptacloro, clormadinone acetato, ecc.) quella del carcinoma mammario non sembra altrettanto aperta a valutazioni tossicologiche.

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Dott. ALDO SACCHETTI
c/o Assessorato Sanità
Regione Emilia Romagna
Via A. Moro, 30 – Bologna

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